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Con i taleban torna il medioevo

I taleban al potere a Kabul mentre gli occidentali fuggono. Il fallimento di un intervento durato vent'anni, migliaia di morti e miliardi in spese militari

Con i taleban torna il medioevo
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Giuliana Sgrena Modifica articolo

15 Agosto 2021 - 23.29


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La cartina geografica dell’Afghanistan che segna in rosso l’avanzata dei taleban fa venire i brividi. La prospettiva che i taleban potessero entrare nel governo già rappresentava un futuro nefasto per il paese, ma ora c’è di peggio: la presa del potere assoluto da parte dei cosiddetti studenti coranici. Che non siano cambiati rispetto a più di vent’anni fa lo si vede nelle zone occupate: in quella che era considerata la Svizzera dell’Afghanistan, Bamyan, i teleban sono entrati, promettendo ai locali rispetto se avessero accettato il loro controllo e invece hanno razziato i loro raccolti, soprattutto quelli delle albicocche che insieme all’uva di Kandahar sono prodotti di eccellenza in Afghanistan. Anche se scettica la popolazione non è in grado di opporsi all’avanzata dell’orda islamica, anche perché i soldati sono i primi ad arrendersi.

Vent’anni fa arrivando in Afghanistan, lungo le strade c’erano i carri armati abbandonati dall’Armata rossa in ritirata nel 1989. Avevamo visitato a Kabul anche quella che era la mastodontica ambasciata dell’Unione sovietica, occupata poi da senza tetto. Allora ci aveva sorpreso la speranza suscitata dall’intervento americano tra le donne, non perché credessero alla «liberazione dal burqa» uno degli slogan più ipocriti che hanno accompagnato l’avanzata delle truppe occidentali, ma perché, allora come adesso e purtroppo a ragione, pensavano che non potesse esserci niente di peggio dei taleban. Come dar loro torto avendo visitato Kabul al tempo dei taleban?

Una manifestazione di donne che si toglievano il burqa e pensavano che non l’avrebbero più indossato era stata gioiosa, le donne mostravano i loro visi squamati per la mancanza di sole, che ha ridotto anche la produzione di vitamina D. Non sono certo serviti vent’anni perché l’intervento militare si rivelasse nei suoi intenti di occupazione e di sfruttamento. Eppure è drammatico pensare che oggi la partenza delle truppe Usa non potrà essere festeggiata perché l’Afghanistan sta sprofondando in un futuro ancor, se possibile, più funesto di quello lasciato dal sovietici nell’89. Le truppe occidentali non lasceranno carri armati per le strade dell’Afghanistan, ora i mezzi di occupazione sono più moderni e la fuga più organizzata. Ma lasceranno migliaia di vittime, un paese devastato, i corrotti sempre più corrotti, i signori della guerra sempre più ricchi, le enormi ville pacchiane e superprotette lo stanno a testimoniare. I soldi dei donatori non sono andati alla povera gente e non sono serviti a finanziare progetti di ricostruzione: la ricostruzione è compito degli afghani afferma, ipocritamente, oggi Biden che segue il progetto di ritiro di Trump. Invece la distruzione è in gran parte opera di Usa e alleati. Quella afghana è la guerra più lunga combattuta dagli Stati uniti e il suo fallimento è accompagnato dal fallimento della società afghana nella capacità di costruire un’alternativa democratica per la guida del paese.

Con i taleban gli Usa hanno raggiunto un accordo per la loro uscita di scena, non per dare un futuro al paese, non poteva essere diversamente: con i nemici si negozia una tregua non la pace. In questo caso non c’è stata nemmeno la tregua, l’annuncio del ritiro degli americani e alleati ha dato il via alla riscossa dei taleban. L’11 settembre sarà più lugubre del passato: gli americani potranno dimenticare tutti i soldati lasciati sul campo? I miliardi spesi per distruggere un paese?

L’intervento era iniziato per sconfiggere i sostenitori di al Qaeda, i taleban, ora termina con il ritorno dei taleban e la presenza di altri jihadisti più trucidi, quelli dell’Isis.

Ma le vittime principali non sono i militari caduti, sono gli afghani tutti, la popolazione sempre più impoverita e oggi preda anche della pandemia senza risorse per contrastarla, le donne che avevano sperato nella loro liberazione che hanno pagato a duro prezzo negli ultimi anni la loro rivendicazione di diritti e che ora tornano in clandestinità.

I responsabili non sono solo gli Stati uniti ma tutti coloro che hanno inviato truppe in Afghanistan, che hanno dato speranze di libertà a un popolo da decenni in guerra, che ora abbandonano la popolazione civile inerme a nuovi predatori (Russia, Cina e Turchia) che cercheranno di occupare il vuoto lasciato dal ritiro. Responsabile è anche l’Italia e l’Europa che spudoratamente chiede il rientro di tutti i profughi afghani, per riconsegnarli a un regime oscurantista e medioevale che li aveva costretti alla fuga. Come potremo ancora guardare negli occhi le/gli afghane/i incontrate/i negli ultimi anni per promettere loro un piccolo aiuto agli orfani, alle bambine, alle donne? Come interrompere gli studi alle ragazze, come negare loro il diritto di cantare e suonare, come impedire loro di uscire di casa dopo che avevano assaporato uno spicchio di libertà e dire loro che forse, purtroppo, dovranno tornare a guardare il mondo a quadretti da dietro il burqa?

il manifesto 15 agosto 2021

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