Hirak, un movimento algerino senza leader. «È la nostra forza»

Intervista a Cherifa Kheddar del Collettivo amici del manifesto per una nuova Algeria, una delle componenti della Rivoluzione del sorriso.

Cherifa Kheddar

Cherifa Kheddar

Giuliana Sgrena 13 dicembre 2019

Le autorità algerine hanno deciso di mantenere le elezioni di domani nonostante la protesta di milioni di algerini.
Ne abbiamo parlato con Cherifa Kheddar del Collettivo amici del manifesto per una nuova Algeria,una delle componenti dell’hirak che ha elaborato una piattaforma politica per l’uscita democratica dalla crisi.
«Il potere dice vuole tenere queste elezioni costi quel che costi, anche organizzando
finte manifestazioni. Nei giorni scorsi centinaia di bus hanno portato ad Algeri manifestanti a sostegno delle elezioni. A sostenere le elezioni sono le reti televisive pubbliche e private che diffondono solo false notizie. Il presidente della Commissione per le elezioni ha pubblicamente detto che le manifestazioni a sostegno delle elezioni sono molto più importanti di quelle contro. Come possiamo credere che ci saranno delle elezioni senza frode dal momento che la frode è cominciata ancora prima delle elezioni?».
Che cosa succederà?
La legge elettorale non prevede una soglia minima di votanti, quindi le elezioni potranno essere convalidate anche con una scarsissima affluenza o peggio con schede prevotate. Ma qualsiasi cosa accada la rivoluzione continuerà: è già prevista per l’11(oggi, ndr) una mobilitazione che durerà giorno e notte per essere presenti il 12 e ribadire che non accettiamo il nuovo presidente.
Il potere cerca di legittimarsi con le elezioni.
Infatti. Si possono prevedere due scenari. Il primo: per mantenersi al potere il regime si doterà di tutti gli strumenti repressivi al costo di trasformare l’Algeria in una grande prigione. Particolarmente preoccupanti sono state le ultime dichiarazioni del ministro dell’interno Dahmoune che ha definito gli oppositori «traditori, perversi e omosessuali». Ancor più minacciosa è stata l’affermazione «noi li conosciamo tutti», preannunciando la trasformazione dell’Algeria in uno stato poliziesco, dove i cittadini sono sorvegliati e controllati. L’altro scenario prevede che nel caso di una uscita di scena della mafia che ci governa questa lo farebbe dopo aver saccheggiato il paese. È già passata una legge sugli idrocarburi che prevede la vendita ai privati del 51% delle riserve (prima era
il 49) per attirare le multinazionali: un saccheggio delle risorse prima dell’abbandono del potere.
Dopo quasi un anno di mobilitazioni la stanchezza potrà pesare?
Non siamo stanchi, ci siamo proposti un obiettivo: la fine di questo regime, sapevamo fin dall’inizio che non sarebbe stato facile, la mafia farà di tutto per restare e noi faremo di tutto per cacciarla. La prima rivoluzione è quella che ha liberato l’Algeria dal colonialismo e ora se siamo eredi degni e degne di quei mujahidin e mujahidat dobbiamo mantenere, costi quel che costi, l’occupazione della piazza, se necessario un altro anno.
Il fatto che non ci siano leader non è un limite dell’hirak?
È una domanda che ci siamo posti molte volte, ma la conclusione è stata che la mancanza di leader identificati è la forza di questa rivoluzione. Nel 2001 il movimento è finito perché i leader sono stati comprati dal potere.
Questo movimento è stata una sorpresa.
Sì, la sorpresa, oltre che il risveglio della gioventù, è il carattere civile, pacifico, gioioso di questo movimento al quale partecipano tutte le categorie della società algerina: vecchi e giovani, donne, lavoratori e studenti. Il 22 febbraio c’è stata la prima grande manifestazione pacifica e gli algerini l’hanno seguita. Allora si parlava di hirak fino all’8 marzo che ha segnato il protagonismo delle donne, ora si parla di rivoluzione.
Finora la polizia non ha usato la forza ma dopo le elezioni potrebbe cambiare
atteggiamento.
La polizia non ha sparato sui manifestanti perché la rivoluzione è pacifica e non ha offerto nessun pretesto per sparare sulla gente. Il giorno in cui sarà dato l’ordine di sparare sulla folla non sarà perché i manifestanti hanno risposto alle provocazioni ma solo perché la mafia ha deciso di mantenersi al potere, anche a costo di un bagno di sangue.
Il potere cerca una sorta di regolamento di conti attraverso la giustizia.
Non pensiamo si tratti di un regolamento di conti, ma di un modo per distrarre l’attenzione, perché gli arrestati e quelli che li giudicano fanno parte della stessa mafia. È solo una parodia di giustizia per confondere il popolo algerino e far credere che si vada incontro alle richieste della piazza. Non si può parlare di giustizia finché in carcere sono finite persone che non hanno nulla a che vedere con la distrazione di denaro pubblico. La giustizia potrà giocare il suo ruolo quando sarà indipendente in una nuova Algeria costruita su nuove basi di democrazia, di legalità e di uguaglianza.
Sono stati arrestati giovani solo perché sventolavano la bandiera berbera
La sorpresa non sono gli arresti, ma il giudizio. Chi è stato giudicato da tribunali di periferia è stato liberato e si è visto restituire anche la bandiera, mentre quelli giudicati a Sidi M’hamed (Algeri centro) sono stati condannati.
Perché di quello che succede in Algeria, a parte in Francia, non si
parla? Il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che condanna la limitazione di libertà fondamentali. Il capo di stato maggiore e altri politici in Algeria hanno parlato di ingerenza.
È a causa degli interessi economici che i grandi del mondo hanno in Algeria. Il collettivo di cui faccio parte ha apprezzato la risoluzione del Parlamento europeo e ha lanciato un appello alle società civili a livello internazionale per ottenere un sostegno politico, chiaro ed espresso pubblicamente.

il manifesto 11 dicembre 2019