«La rivoluzione è laica»

Intervista all'editorialista del quotidiano algerino Mustapha Hammouche sul movimento di rivolta e sul rapporto tra il presidente, che si dimetterà entro il 28 aprile, e l'esercito.

Algeri, manifestazione contro il sistema

Algeri, manifestazione contro il sistema

Giuliana Sgrena 2 aprile 2019
Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika si dimetterà entro il 28 aprile, data di scadenza del suo quarto mandato. Lo ha annunciato ieri sera un comunicato della presidenza, che allude anche a «importanti misure» da prendere per gestire la transizione. Prima fra tutte la composizione del nuovo governo guidato da Noureddine Bedoui, definita domenica. Il varo dellesecutivo è arrivato dopo le dichiarazioni fatte sabato sera alla tv dal capo di stato maggiore Gaid Salah, che avevano fatto temere il peggio. Con un tono grave, il generale aveva parlato di una riunione clandestina
tenuta da sconosciuti per orchestrare una campagna contro l’esercito… Il nuovo governo segna invece il compromesso raggiunto tra il clan Bouteflika e l’esercito: Gaid Salah mantiene il doppio incarico, capo di stato maggiore e vice-ministro della Difesa.
Molti gli sconosciuti tra i 27 ministri, 6 sono conferme e 5 le donne. Salta dalla lista Ramtane Lamamra, nominato vice-premier e ministro degli Esteri solo venti giorni fa, subito in tour diplomatico per cercare sostegni e per questo da molti criticato. Intanto già circolano sul web le convocazioni per la manifestazione di venerdì prossimo.
Sulla situazione abbiamo chiesto l’opinione di Mustapha Hammouche editorialista del quotidiano algerino Liberté.
Il movimento che si è mobilitato a partire dal 22 febbraio è stato una sorpresa, era veramente imprevedibile?
Sì era veramente imprevedibile. Imprevedibile nella sua genesi, innanzitutto. Gli algerini, da una decina d’anni, davano l’impressione di non essere interessati alle questioni della politica e del potere. La repressione di tutte le espressioni pubbliche dei cittadini (manifestazioni, raggruppamenti, etc.), la corruzione della classe politica e degli ambienti affaristici (privilegi e commistione tra pubblico e privato), la corruzione sociale (case popolari, crediti senza obbligo di rimborso, sovvenzioni ai prodotti alimentari ed energetici) e la sistematica frode elettorale hanno allontanato i cittadini dalla
vita pubblica. Ognuno si interessava solo alla sua parte di rendita. I giovani, tra i quali si conta la maggior parte degli emarginati, pensano che la loro salvezza sia nella «harga» (termine popolare per indicare l’emigrazione clandestina). Questo disprezzo per la politica si esprime essenzialmente nell’astensione, sempre molto alta.
In secondo luogo, quello che è accaduto in queste ultime settimane era imprevedibile nella sua forma. La società sembrava conquistata dall’ideologia e dagli atteggiamenti islamisti. Con la benedizione del governo che ha sempre preferito mettersi d’accordo
con loro piuttosto che coltivare un progetto democratico. I leader islamisti sono degli affaristi più corruttibili dei militanti democratici. Nel corso di questa rivolta, invece. sono prevalsi i valori del pacifismo e della tolleranza e le rivendicazioni di giustizia, democrazia e libertà.
L’intervento del generale Gaid Salah è una dimostrazione che l’esercito continua a decidere le sorti dell’Algeria?
È una prova supplementare. Dopo l’indipendenza, l’esercito ha sempre scelto i presidenti e le decisioni politiche. Con Bouteflika i militari hanno cambiato ruolo, perché il presidente ha voluto decidere per sé e per loro). Ma anche se in parte vi è riuscito, cambiando generali «decisionisti», resta dipendente dall’esercito poiché, non avendo sostenuto la democrazia, ne ha bisogno come fondamento e legittimazione del proprio potere. Il generale Gaid Salah, chiedendol’applicazione dell’articolo 102, ha rotto il patto e invertito il rapporto tra esercito e presidente.
Si può escludere che gli islamisti possano recuperare questo movimento?
No, non si può escludere. Certo, non possono usare il terrorismo, i giovani algerini oggi sono più inclini alla vita che alla morte. Né Daesh né al Qaeda riescono più tanto a reclutare in Algeria. Ma la società e i media sono stati regalati all’egemonia islamista, lo scambio schematicamente era: gli affari e la società agli islamisti, il potere ai clan «nazionalisti». D’altronde, se si escludono i Fratelli musulmani, vicini all’islamismo turco, le altre correnti, molto variegate e disperse, non sono organizzate per lanciare un movimento verso la presa del potere. Per il momento la rivoluzione è di
natura laica, ma se si arriva, come si rivendica, a elezioni libere, occorrerà fare i conti con gli islamisti. È quindi importante che si rafforzi il carattere laico della rivoluzione per rendere irreversibile la richiesta di libertà e di separazione tra religione e stato.
E ora cosa succederà? Il movimento non sembra avere una rappresentanza politica che possa elaborare una road map…
Sì il problema è la difficoltà a concepire una rappresentanza consensuale e il rifiuto di vedersi imporre una road map. È una rivoluzione che sa quello che non si deve più fare: non lasciare gli uomini del passato al potere; non accettare più elezioni supervisionate. Invece sa meno quello che deve accettare: quali volti nuovi? Quale metodo per il passaggio alla democrazia? Eppure gli obiettivi principali sono chiari: rottura con il regime e i suoi rappresentanti, costituzione democratica, elezioni libere. Forse con i dibattiti che cominciano però a essere perturbati da una guerra tra clan appena dichiarata si riveleranno i veri rappresentanti e un metodo di transizione definito.

il manifesto 2 aprile 2019