Tutte le guerre di Colin Powell

Morto a 84 anni il primo Segretario di stato Usa di colore. Artefice, tra l'altro, della fake news sulle armi di distruzione di massa di Saddam (all'Onu) che ha dato il via all'invasione dell'Iraq.

Colin Powell

Colin Powell

Giuliana Sgrena 19 ottobre 2021

Colin Powell è morto ieri a 84 anni «per complicazioni da Covid», ha riferito la famiglia, secondo la quale era stato vaccinato. La prima reazione è stata quella dell’ex presidente degli Usa George W. Bush: «L’America perde un grande servitore dello stato».

Powell è uscito indecorosamente dalla storia dopo aver raggiunto i vertici della carriera politico-militare e una tale popolarità che aveva suggerito una candidatura alla Casa bianca, da lui respinta con la motivazione di non essere interessato alla politica.

Il momento di maggiore «popolarità» l’aveva raggiunto quel 5 febbraio 2003 quando si era presentato all’Onu per dimostrare che Saddam Hussein era pericoloso e andava abbattuto. Per la dimostrazione si era dotato di fialette con una polverina bianca, che doveva essere antrace, e furgoncini giocattolo per simulare i laboratori mobili con i quali Saddam avrebbe potuto usare le «armi di distruzione di massa».

L’occidente credette a quella ridicola messa in scena a tutto schermo, propedeutica al lancio della seconda guerra del Golfo. La macchina da guerra era in marcia, pronta a sferrare l’attacco sei settimane dopo. Inutili le informazioni degli ispettori Onu che da Baghdad smentivano, sostenendo che Saddam non aveva più quelle armi.

Non solo non furono usate ma non furono nemmeno mai trovate perché non c’erano. Ma Saddam era stato eliminato e l’Iraq distrutto. Due anni dopo il discorso di Powell all’Onu, un rapporto governativo disse che la comunità dell’intelligence aveva «torto marcio» nelle sue valutazioni delle capacità irachene di produrre armi di distruzione di massa prima dell’invasione Usa.

Ma il danno era fatto e Colin Powell a un giornalista dell’Abc news che, l’8 settembre 2005, gli chiedeva se ritenesse che la sua reputazione fosse stata danneggiata aveva risposto: «Naturalmente. È una macchia. Io sono colui che lo ha fatto a nome degli Stati uniti e sarà sempre parte della mia storia. È stato doloroso. Lo è anche adesso». Ma se ci sono stati ripensamenti che forse hanno determinato il suo passaggio dai conservatori ai democratici – votando Obama e Biden –, non sono bastati a riscattare il suo «onore». Anche perché la seconda guerra del Golfo non è stata l’unica alla quale Powell nella sua lunga carriera ha contribuito.

Le sue prime due missioni militari risalgono agli anni ’60 in Vietnam. Nel 1962 era uno dei consulenti inviati da John F. Kennedy nel Vietnam del sud; ritornato ferito, ricevette la prima medaglia di bronzo. La seconda volta è stato inviato (1968-69) per investigare sul massacro di My Lay, nel quale erano stati uccisi più di 300 civili.

Il rapporto di Powell negava la fondatezza delle accuse contro i soldati statunitensi: «Le relazioni tra i soldati americani e il popolo vietnamita sono eccellenti». Ferito per la seconda volta in un incidente aereo era riuscito a salvare i suoi compagni: un’altra medaglia.

Dopo aver comandato un battaglione in Corea (1973) ottenne un incarico al Pentagono. Era assistente militare senior del segretario alla difesa Caspar Weinberger quando coordinò l’invasione di Granada e il bombardamento della Libia. Come consigliere alla sicurezza di Reagan ai tempi dell’Irangate, che serviva a finanziare i contras che combattevano il governo sandinista, fu chiamato a testimoniare davanti al Congresso ma ne uscì pulito.

Da capo di stato maggiore dal presidente Bush padre lo attesero nuove sfide. Come l’invasione di Panama per eliminare il dittatore Manuel Noriega che non cedeva alle richieste Usa sul canale di Panama. Anche l’operazione «umanitaria» in Somalia è opera del generale Powell, anche se si era ritirato dall’esercito qualche giorno prima della disastrosa battaglia di Mogadiscio (1993).

Ma è soprattutto contro l’Iraq di Saddam Hussein che si è impegnato, e non solo nella seconda guerra del Golfo, ma anche nella prima. La guerra era iniziata il 16 gennaio 1991 con un massiccio e devastante bombardamento con missili Cruise dalle navi da guerra e dagli aerei americani, britannici e sauditi.

A dare il via all’attacco era stato il presidente Bush padre ma «Desert Storm» fu rafforzata da un piano d’attacco di forze terrestri fortemente voluto da Powell, capo degli Stati maggiori riuniti. Fu la prima vera guerra mediatica, fatta con le veline diffuse dal Pentagono: i giornalisti erano stati evacuati e a Baghdad erano rimasti solo Stefano Chiarini del manifesto e Peter Arnett della Cnn.



il manifesto 19 ottobre 2021