La Rivoluzione dei gelsomini tra speranze e disillusioni

Dieci anni dopo, un bilancio della rivolta che si propagò in tutti i paesi arabi. La Tunisia, in preda a una crisi economica e politica, rischia di far fallire gli obiettivi della rivoluzione

Tunisi, manifestazione

Tunisi, manifestazione

Giuliana Sgrena 17 dicembre 2020

Il 17 dicembre del 2010, l’ambulante Mohammed Bouazizi dandosi fuoco incendiò la Tunisia iniziando la Rivoluzione dei gelsomini che con un effetto domino contagiò diversi paesi arabi. Dieci anni dopo più che i successi vediamo le macerie delle rivolte arabe, dalla Libia alla Siria. L’unica eccezione è sempre stata la Tunisia che sembrava aver intrapreso un processo di democratizzazione che, pur irto di ostacoli, avanzava, anche se non è facile passare dalla sudditanza imposta da una dittatura alla cultura democratica. E una rivoluzione ha tempi lunghi.

Ma la libertà di espressione e di organizzazione politica non bastano. Invece di una democrazia abbiamo costruito una partitocrazia, sostiene Abdel Zaouaui della Città delle scienze, certo «l’alternanza di potere in un mondo arabo monolitico fa la differenza, ma non è sufficiente…». La Rivoluzione non è riuscita a debellare corruzione, nepotismo, lassismo. Le grandi speranze suscitate in dieci anni sembrano evaporate, lasciando spazio alla disillusione.

Il paese è in uno stato di stallo dovuto soprattutto alla situazione economica, senza prospettive. Certo, tra le ragioni che hanno provocato il tracollo del turismo, settore trainante dell’economia tunisina, vi sono il terrorismo e il Covid-19, ma anche responsabilità politiche. L’impasse è dovuta anche alla strana divisione dei poteri, con l’adozione di un sistema ambiguo tra parlamentarismo e presidenzialismo: il presidente eletto si trova nell’incapacità di introdurre cambiamenti mentre il capo del governo (non eletto) concentra la maggior parte dei poteri.

Precarietà e rivendicazioni sindacali in settori importanti come quello dei fosfati, crisi nell’estrazione di gas e petrolio, hanno reso la Tunisia dipendente dalle importazioni. La dicotomia che ancora esiste tra la costa e l’interno, il nord e il sud del paese, è alla base di proteste. Risultato: la disoccupazione è quadruplicata (18% in media, 30% in alcune città), il debito pubblico è esploso (5 miliardi di euro), i servizi pubblici e sanitari di base non funzionano, la precarietà e la pauperizzazione colpiscono varie classi sociali.

Il premier Hichem Mechichi è con le spalle al muro, non è riuscito a fare approvare il bilancio del 2020 e 2021 entro la scadenza del 10 dicembre e domani dovrà presentare un bilancio dei suoi 100 giorni di governo e non disporrà nemmeno del sostegno dei partiti che hanno appoggiato la sua nomina. Del resto il tentativo di giocare la carta europea non ha sortito i risultati auspicati: a Parigi la sua visita sottotono è stata rovinata da una gaffe: ha equiparato i migranti ai terroristi.

La seconda tappa, a Roma, è stata annullata perché il ministro dell’economia Ali Kooli – essenziale per l’incontro – è risultato positivo al Covid e tutta la delegazione ha fatto ritorno a Tunisi. Le altre opzioni prese in considerazione da Mechichi sono il Fmi con il quale cerca di riallacciare il dialogo bloccato e la Banca Mondiale, che pone come pregiudiziale la realizzazione delle riforme concordate nel 2018 – riforme nel settore finanziario e digitalizzazione dei servizi.

Mechichi non può contare nemmeno sul sostegno dei «partiti di governo», Ennahdha e Qalb Tunes, travolti da indagini della Corte dei conti per illeciti elettorali. Il partito islamista Ennahdha è considerato dall’opposizione il responsabile del degrado generale. Il leader, Rachid Ghannouchi, anche presidente del parlamento, è contestato non solo in Tunisia: il Sudan gli ha ritirato la cittadinanza e il passaporto sudanese, che aveva ottenuto da Omar al Bashir quando Hassan al Tourabi aveva fatto di Khartoum la capitale dell’islamismo internazionale.

Secondo le inchieste pare che Ghannouchi fosse tra i beneficiari della spartizione di 300 milioni di dollari che Osama bin Laden, espulso improvvisamente dal Sudan, aveva lasciato sui conti bancari dei Fratelli musulmani. Tra i sostenitori del governo vi è anche al Karama, il partito degli islamisti radicali, il cui deputato Mohamed Affes in parlamento ha attaccato brutalmente e anche fisicamente le donne (e non solo) della Corrente democratica. Le minacce e le intimidazioni sono all’ordine del giorno. La deputata Samia Abbou della Corrente democratica ha denunciato Affes per aver reclutato, attraverso i social, jihadisti per andare a combattere in Siria.

Per uscire dalla crisi c’è chi chiede lo scioglimento del parlamento e una nuova legge elettorale, chi arriva ad auspicare l’intervento militare per ridare credibilità allo stato – anche se l’esperienza egiziana dovrebbe insegnare – e chi spera nell’intervento del presidente Kais Saied, al quale il leader del sindacato Ugtt ha inviato la proposta di indire un dialogo nazionale sulla falsariga di quello che aveva portato al successo del Quartetto che nel 2015 aveva vinto il premio Nobel per la pace. Evidentemente, come dimostrano anche altri esempi, il Nobel non è una garanzia di pace.

il manifesto 17 dicembre 2020