La scomparsa di Lina Ben Mhenni, simbolo della Rivoluzione dei gelsomini

Aveva 36 anni, stroncata da una malattia autoimmune. La blogger, testimone della rivoluzione tunisina, aveva denunciato repressione e corruzione fin dai tempi di Ben Ali.

Tunisi, Lina Ben Mhenni a una manifestazione

Tunisi, Lina Ben Mhenni a una manifestazione

Giuliana Sgrena 28 gennaio 2020

Una vita breve. Troppo breve, ma vissuta intensamente. Lina Ben Mhenni, l’icona della Rivoluzione dei gelsomini, è morta ieri mattina a Tunisi, aveva 36 anni.


La blogger tunisina era diventata famosa a livello internazionale per aver raccontato prima la repressione di Ben Ali e poi la Rivoluzione del 2011 attraverso il blog atunisiangirl (aperto nel 2007). I suoi scritti erano stati poi raccolti in un libro, Tunisian girl, blogueuse pour un printemps arabe (Ragazza tunisina, blogger per una primavera araba).


Ben Mhenni era anche docente di linguistica all’università di Tunisi. Soffriva di una malattia autoimmune che l’aveva costretta al trapianto di un rene – donatogli dalla madre – e che ha segnato per molti anni la sua vita. La salute precaria la induceva spesso a battute d’arresto, fin dal 2011, gli appuntamenti potevano saltare per un malore ma poi riappariva in uno dei bar dell’Avenue Bourghiba dove era sicura di trovare amici e giornalisti assetati di notizie.


Instancabile nella denuncia di soprusi e corruzione fin dai tempi della dittatura, quando la censura colpiva duro, Ben Mhenni era stata poi la prima blogger a recarsi a Sidi Bouzid, dove il 17 dicembre del 2010 si era immolato Mohamed Bouazizi, per testimoniare la nascita di una rivoluzione. Il suo lavoro è stato riconosciuto con premi ottenuti in diversi paesi europei fino ad essere candidata al premio Nobel per la pace nel 2011. Nel 2017 aveva partecipato al Forum delle giornaliste del Mediterraneo a Bari.


Della rivoluzione tunisina ha registrato i successi, ma è sempre stata intransigente sulla separazione tra stato e religione e rigorosa nel denunciare la corruzione, la mancata soluzione dei problemi economici e sociali e la deriva dell’islamismo che ha reclutato molti giovani per alimentare le fila di Daesh.


Nell’ultimo periodo si era occupata soprattutto delle condizioni nelle carceri e stava raccogliendo libri per i detenuti. E i libri per i carcerati erano tra i molti regali che gli amici le hanno offerto sabato scorso (18 gennaio) in un appuntamento in suo onore organizzato nella sede dell’Associazione tunisina delle donne democratiche con la complicità dei genitori, che l’hanno sempre sostenuta nelle sue lotte. «I miei genitori che hanno fatto di me quella che sono oggi insegnandomi i principi dell’umanesimo, della libertà, l’onestà e la dignità», ha scritto Lina sul suo blog parlando dell’iniziativa che aveva molto apprezzato: «Le vostre parole, le vostre visite, le vostre rose, i vostri sforzi continuano ad aiutarmi in questo periodo molto difficile della mia vita». Nelle ultime settimane le sue condizioni erano infatti peggiorate.
Accanto alle donne si era impegnata nel movimento #EnaZeda, la versione tunisina del #MeToo a difesa delle donne che hanno subito violenze.


Non si è risparmiata fino all’ultimo. Poche ore prima di lasciarci aveva scritto la sua valutazione lapidaria sugli ultimi avvenimenti: il partito politico di Abir Moussi (candidata alle presidenziali per il Partito desturiano libero) non si ispira a Bourghiba ma a Ben Ali (nel cui partito, Raggruppamento costituzionale democratico, era stata responsabile delle donne) e il partito islamista Ennahdha non può essere un partito politico rivoluzionario.


La famiglia di Lina – anche il padre Sadok è un militante per i diritti umani – ha fatto appello alle forze democratiche e progressiste tunisine e internazionali perché partecipino ai funerali, che si terranno oggi pomeriggio. Per rispetto del percorso di militante di Lina Ben Mhenni le altre forze sono invitate a non partecipare.

il manifesto 28 gennaio 2020