La rivolta pacifica dei giovani spiazza il potere

La richiesta del capo di stato maggiore di estromettere Bouteflika dal potere con l'articolo 102, non è più accettabile dall'opposizione che chiede un cambiamento del sistema

Algeri, manifestazioni contro il sistema

Algeri, manifestazioni contro il sistema

Giuliana Sgrena 30 marzo 2019
La proposta, o meglio richiesta, del capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah di applicare l’articolo 102 della costituzione per estromettere il presidente Bouteflika per motivi di salute ha trovato d’accordo i più fedeli sostenitori del presidente, di cui ora chiedono le dimissioni. Sembra che non aspettassero altro, ma perché allora il Consiglio costituzionale al quale spetta il compito di avviare la procedura di impedimento non ha agito prima? Forse perché si aspettava che fosse la voce del capo dell’esercito a dare il via al dopo-Bouteflika. E Gaid Salah l’ha fatto con un discorso pronunciato a Ouargla e trasmesso come prima notizia dal tg della televisione pubblica.
In questa situazione l’esercito doveva rimarcare il proprio ruolo: l’Algeria non ha mai sciolto il nodo della supremazia del civile sul militare che si porta dietro dalla liberazione e che da allora ne ha condizionato la storia.
Le dimissioni di Bouteflika attraverso l’articolo 102 era stata una richiesta dell’opposizione, mai ascoltata dal potere, che sperava che l’idea del quinto mandato potesse funzionare. Invocare ora l’articolo 102 in rispetto della Costituzione e per andare incontro alla protesta ed evitare ingerenze interne o straniere è per lo meno velleitario.
Perché interviene in una situazione che ha già violato la costituzione con l’annullamento delle elezioni del 18 aprile. Il tentativo è evidentemente quello di mantenere il sistema di potere senza Bouteflika, anche con i suoi uomini, a partire dal capo di stato maggiore che non è mai stato estraneo alla cerchia ristretta del clan pur non avendo, si dice, buoni rapporti con Said il fratello del presidente.
E in questa lotta per non essere estromessi si creano divisioni, «tradimenti». A un giorno dall’annuncio di Gaid Salah, il Fronte di liberazione nazionale (Fln) non ha ancora espresso una chiara posizione, avendo peraltro subito molte defezioni a favore della protesta. L’imbarazzo dell’esercito e delle forze dell’ordine, che non hanno reagito come in passato con una pesante e sanguinosa repressione, è dovuto forse proprio all’atteggiamento assolutamente non violento (anche negli slogan: «silmiya», pacifica) dei manifestanti che si sono rivolti ai poliziotti come fratelli offrendo loro i fiori, senza temere le minacce di precipitare in una situazione «siriana». È stata una vera sorpresa, i giovani algerini hanno smentito quella profezia che li voleva condannati alla violenza come retaggio della lotta al colonialismo. Si può recuperare la guerra di liberazione con altri valori, l’Algeria è anche il paese in cui i giovani si sono ribellati per il diritto alla cultura (primavera berbera).
Ed è stata proprio una combattente, Djamila Bouhired, che ha sfilato con i giovani e meno giovani, che ha detto di aver recuperato la speranza e i valori della liberazione. La liberazione è stata anche frutto di una grande resistenza. Un sistema corrotto e clientelare è difficile da smantellare: chi detiene gli interessi garantiti dal potere non abbandonerà facilmente i propri privilegi.
E userà tutti i mezzi per inquinare la protesta. Il tentativo di spaventare i giovani con gli slogan islamisti, paventando il ritorno agli anni Novanta, si è scontrato con una realtà nuova: i manifestanti hanno vinto la paura perché sono nati dopo, e quei massacri spaventosi li hanno solo sentiti raccontare.
E così hanno convinto chi invece quegli anni sanguinosi li aveva vissuti sulla propria pelle a vincere la paura proprio per esorcizzare il pericolo islamista.
I partiti islamisti esistono ma non sembrano in grado di imporre la loro visione oscurantista. I partiti della sinistra che hanno definito la proposta di Gaid Salah, in modo più o meno pesante, come un «golpe contro la volontà popolare», elaborano, ognuno per proprio conto, una road map per uscire dalla situazione che si è creata rispondendo alle richieste della piazza. Ma non sarà facile passare dalla protesta contro il regime alla costruzione di un percorso che possa avviare un processo di democratizzazione. Questi processi non sono mai lineari, l’insurrezione – come viene definita da molti in Algeria – ha messo in evidenza la debolezza del sistema ma il compito più arduo resta quello di non farsi scippare la «rivoluzione».
il manifesto 28 marzo 2019