La piazza agli studenti. L'esercito si erge a «garante della stabilità» | Giuliana Sgrena
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La piazza agli studenti. L'esercito si erge a «garante della stabilità»

La protesta continua in tutta l'Algeria. Contestato anche il presidente dell'Unione generale dei lavoratori algerini, il sindacato sempre a fianco del regime.

La piazza agli studenti. L'esercito si erge a «garante della stabilità»
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Giuliana Sgrena Modifica articolo

6 Marzo 2019 - 18.28


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Sono stati soprattutto gli studenti ieri a riempire le piazze d’Algeria. Il movimento di protesta sembra deciso a resistere e determinato a mantenere un clima pacifico per evitare provocazioni. Il messaggio di Bouteflika non ha scalfito la protesta. Le università e le scuole sono vuote così come i ministeri, ormai da giorni.

Avvocati e medici appoggiano la protesta. I partiti di governo – soprattutto i principali: Fln (Fronte di liberazione nazionale) e Rnd (Raggruppamento nazionale democratico) – sono incredibilmente silenziosi.

Ieri invece ha parlato il capo di stato maggiore e viceministro della Difesa Ahmed Gaid Salah, l’uomo forte dell’esercito, che non ha demonizzato come aveva fatto in passato i manifestanti, ma li ha messi in guardia sulla possibilità di esporre l’Algeria a minacce dalle «ricadute imprevedibili», con riferimento al decennio nero che ha provocato tante vittime (le cifre vanno da 100mila in su). Il capo di stato maggiore, che ha parlato durante una visita all’Accademia militare di Cherchell, ha difeso la «stabilità e la sicurezza» dell’Algeria.

«Noi siamo coscienti che questa sicurezza e stabilità ritrovate continueranno ad ancorarsi e a radicarsi, che il popolo algerino continuerà a goderne, e che l’Esercito nazionale popolare resterà il garante di queste conquiste». Ancora una volta l’esercito si erge a garante della nazione richiamandosi ai meriti acquisiti nella liberazione dell’Algeria.

Ieri altri simboli del potere algerino sono stati presi di mira dalle proteste, a Orano la sede della Sonatrach (l’impresa petrolifera) e ad Algeri il sindacato, l’Unione generale dei lavoratori algerini (Ugta). Non il sindacato in quanto tale, ma il suo segretario generale Abdelmajid Sidi-Said, accusato di utilizzare l’Ugta come «strumento di propaganda al servizio del potere e degli affaristi corrotti».

I lavoratori, tra i quali anche vecchi quadri del sindacato, hanno tenuto un sit-in davanti alla Casa del Popolo per chiedere le dimissioni di Sidi Said (presidente dal 1997), senza avere la possibilità di entrare nella sede presidiata dai sostenitori del presidente.

Tutta l’Algeria si sta mobilitando contro il quinto mandato e contro un sistema corrotto, ma per ora non si vede un’alternativa a Bouteflika. I partiti di governo tacciono e quelli dell’opposizione vanno in ordine sparso. Tra i partiti laici il Fronte delle forze socialiste (Ffs) fa appello al boicottaggio, il Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd) alla non-partecipazione.

Louisa Hanoune del Partito dei lavoratori (Pt), convinta dell’esistenza di un «processo rivoluzionario», propone di creare «comitati rivoluzionari» dopo aver chiesto l’applicazione dell’art. 102 della costituzione sullo stato di salute del presidente che gli impedisce di governare. Proposta fatta propria anche dall’opposizione islamista. Le manifestazioni del 22 febbraio hanno indotto Hanoune, l’ex premier Ahmed Benflis e Makri del Movimento per la società e la pace (islamista) a ritirare le candidature. Nemmeno l’idea di rinviare le elezioni trova consenso.

Eppure dopo giorni, settimane di manifestazioni, con il messaggio chiaro «dégagez» e rispettate la sovranità del popolo, occorrerà individuare un percorso, una rappresentanza politica per portare avanti le rivendicazioni. Vari esponenti dell’opposizione si sono uniti alla protesta, qualcuno è stato anche cacciato (come Hanoune), ma è chiaro che non esiste nessun legame tra i giovani che hanno iniziato la protesta e i partiti esistenti, sorpresi loro stessi da questa reazione.

Un appello del Collettivo dei giovani impegnati per l’Algeria «esige l’annullamento delle elezioni presidenziali e l’avvio di un nuovo processo costituente».

il manifesto 6 marzo 2019
 
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