Incontriamo Cherifa Bouatta, psicologa, femminista e portavoce dell”Osservatorio sulle violenze contro le donne in Algeria a Napoli, dove ha partecipato, insieme ad altri esponenti della «primavera araba», a un convegno sul Mediterraneo organizzato da Sel.
L”Algeria è in rivolta, ma l”evoluzione è diversa rispetto ad altri paesi arabi.
La storia è diversa. Quello che succede nel mondo arabo è vissuto dagli algerini come qualcosa di straordinario perché rimette in causa quella che era considerata una sorta di fatalità: le dittature al potere nel mondo arabo. Anche se tra i vari regimi ci sono differenze, sono tutti totalitari. Il fatto che oggi questi regimi siano considerati da abbattere è rivoluzionario in sé. Abbiamo vissuto a lungo con l”idea che l”unica alternativa fosse tra dittatura e integralismo, ma ora abbiamo l”impressione che sia possibile dire: né l”una né l”altro. D”altronde anche in Egitto e Tunisia non c”erano rivendicazioni islamiste, le parole d”ordine erano «uguaglianza, giustizia sociale, dignità».
Dunque le dittature sono diventate vulnerabili.
Queste rivoluzioni hanno messo fine alla paura della dittatura. I dittatori avevano inculcato l”idea di essere invincibili, questo movimento rivoluzionario ha invece mostrato la loro fragilità. L”idea che Mubarak potesse cadere era impensabile, non solo perché era al potere da 30 anni durante i quali aveva represso il suo popolo, ma anche perché aveva dominato la geopolitica della regione ed era il gendarme dell”area, sostenuto da Usa, Europa e Israele. Nonostante questo è caduto, alimentando la speranza negli altri popoli arabi.
E questo ha favorito il contagio.
Non credo che la situazione sia identica in Algeria, Tunisia, Egitto e Arabia saudita: sono tutti paesi arabo-musulmani, ma ognuno ha la propria storia. Per l”Algeria parlerei di una fase pre-rivoluzionaria, perché il paese è in rivolta permanente, ma sono convinta che anche qui il cambiamento verrà. La rivolta riguarda tutto il territorio, tutte le categorie sociali, ma occorre considerare la specificità dell”Algeria: chiunque prenda il potere si richiama alla guerra di liberazione nazionale. Per il regime politico è la sacralizzazione della legittimazione storica. Tuttavia quello che è successo negli anni 80 ha fatto tremare le fondamenta del partito unico e questa è un”esperienza unica nel mondo arabo-musulmano. L”insurrezione popolare degli anni 80 ha obbligato il regime a rivedere la sua visione della società e per calmare la rivolta ha proceduto a un”apertura democratica: pluripartitismo, libertà di organizzazione e di espressione. Le elezioni anticipate hanno permesso l”emergere e la vittoria degli islamisti del Fronte islamico di salvezza (Fis).
Al quale è stato però impedito di arrivare al potere.
Allora si è presentata una scelta drammatica per i democratici: interruzione del processo elettorale o teocrazia. Dico teocrazia perché gli islamisti prima di arrivare al potere avevano presentato il loro programma che si basava su «la soluzione è l”islam», i principi di uguaglianza e di giustizia sociale erano considerati contrari alla religione. Ali Belhadj, numero due del Fis, sosteneva che la democrazia è peccato, che la sovranità è di dio e non del popolo. Così dopo la vittoria elettorale hanno cominciato a moralizzare la società. Per far rispettare l”applicazione dei precetti religiosi hanno creato milizie che picchiavano le donne, molte sono state uccise perché ritenute di “facili costumi”, intervenivano nelle università per “correggere” gli studenti. Il progetto politico del Fis era l”instaurazione di un regime totalitario e l”interruzione del processo elettorale era qualcosa di antidemocratico.
Una scelta che molti democratici algerini hanno sostenuto e pagato con lo spargimento di molto sangue.
L”idea dei democratici che avevano sostenuto l”interruzione del processo elettorale era impedire una deriva totalitaria. È vero che questa scelta ha diviso la sinistra, ma l”interruzione del processo elettorale c”è stato ed è stato sostenuto dai democratici algerini. Ne sono seguiti massacri collettivi, all”inizio hanno preso di mira intellettuali – giornalisti, scrittori, artisti, insegnanti -, non era violenza cieca ma mirata contro potenziali leader del Movimento democratico algerino. Poi il terrorismo ha colpito tutti, con massacri e violenze contro le donne per ferire l”identità degli algerini, il patriarcato nel quale gli uomini difendono l”onore controllando la sessualità delle donne. A quel punto c”è stato chi si è organizzato.
Dopo tanti orrori, con il senno di poi, si può ritenere oggi che un”altra strada fosse percorribile?
Allora si riteneva che nell”esercito ci fosse un ramo repubblicano che poteva salvare le basi della democrazia, una visione condivisa da molti democratici algerini. Alla luce di quel che è successo poi, ci si può chiedere se il colpo di stato dei militari serviva a difendere la repubblica o solo i loro interessi. È una questione che si pone oggi alla luce di quello che il regime è diventato, un”altra dittatura. È vero che restano alcune delle conquiste dell”88: ci sono partiti dell”opposizione marginalizzati e minoritari ma esistono, così come esistono molte associazioni e la libertà di espressione. Ed esiste, a differenza di altri paesi arabi, l”idea della rivendicazione sociale e politica. È quello che spiega perché in Algeria le rivolte sono permanenti, la repressione non riesce a fermarle perché i sindacati autonomi sono forti nella società e non si limitano a rivendicazioni corporative, sono nel Coordinamento per il cambiamento e la democrazia che vuole cambiare il sistema.
E oggi queste forze chiedono che l”esercito torni nelle caserme…
Oggi non si può più parlare di sostegno alle istituzioni, né al potere politico, né all”esercito, né all”assemblea nazionale eletta, c”è realmente uno scarto tra istituzioni e società. Nessuno nella società oggi crede che ci siano delle istituzioni su cui appoggiarsi per le proprie rivendicazioni di cambiamento. Al contrario le lotte attuali chiedono un cambiamento totale e radicale del regime al potere: tutte le istituzioni sono ritenute obsolete. Anche un partito dell”opposizione come il Rcd (Raggruppamento per la cultura e la democrazia) che aveva appoggiato l”interruzione del processo elettorale e sostenuto l”intervento dell”esercito oggi chiede un cambiamento radicale del sistema.
Si può dire che l”islamismo in Algeria è stato sconfitto, superato?
Oggi l”islamismo non è un potere che si combatte, gli islamisti sono invisibili, non giocano un ruolo nelle dinamiche politiche. Non posso dire che non esiste più un pericolo islamista, l”islamismo è invisibile ma non credo sia scomparso. Nelle dinamiche attuali in primo piano sono i giovani – studenti e disoccupati – che rifiutano le politiche tradizionali. Per la prima volta dopo vent”anni gli studenti sono riusciti a fare una marcia ad Algeri.
Si può parlare allora di rivolte post-islamiste?
Non so, certo gli islamisti non sono all”interno di queste dinamiche ma abbiamo visto quello che è successo nell”88: gli islamisti non c”erano ma poi sono riusciti a recuperare la rivolta dei giovani. E ancora oggi il Fis rivendica la propria esistenza e il regime attuale non è del tutto contrario a un ritorno sulla scena politica del Fis. E poi vi è la corrente salafita, all”interno della quale vi è un movimento salafita pacifico (salafiya silmiya) che non predica la violenza ma la pedagogia per costruire una società islamista, sostenendo che questa scelta è frutto della lezione tratta dall”esperienza del Fis. Quindi non si può parlare di post-islamismo, forse di post-islamismo violento. Nel frattempo sulla scena politica algerina sono ricomparsi vecchi personaggi (l”ex segretario del Fln Mehri e il leader del Ffs Ait Ahmed) che cercano di orientare il cambiamento. Ma soprattutto sono nati comitati che cercano una convergenza tra diversi movimenti, come il Coordinamento per il cambiamento e la democrazia che riunisce i partiti dell”opposizione, associazioni, democratici, giovani, donne. Anche se ha già subito una scissione perché alcuni si rifiutano di lavorare con partiti, sostenendo che sono responsabili di una politica fallimentare rispetto al cambiamento. Questa scissione ha costituito un nuovo coordinamento, le associazioni di donne sono presenti in entrambi con rivendicazioni femministe e di cambiamento del sistema.
Con queste rivolte si può dire che gli algerini hanno vinto la paura che le proteste possano riportare al caos e ai fatti luttuosi degli anni 90, come paventato dal regime?
La paura esiste ancora ma è più degli adulti, i giovani non sono condizionati da questo panico. Nella rivolta, generalmente non violenta, ci sono stati anche atti violenti come la distruzione di simboli dello stato, immolazioni, ma sono ben lontani dalle barbarie del decennio nero. Gli studenti che hanno affrontato i poliziotti dicevano: «Vogliamo il cambiamento ma non vogliamo violenza, siamo pacifisti». ‘
La rivolta è permanente nessuno può fermarla
Intervista a Cherifa Bouatta
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5 Maggio 2011 - 11.52
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