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Tunisi non si arrende

Si dimette il premier Ghannouchi

Tunisi non si arrende

Redazione Modifica articolo

1 Marzo 2011 - 11.52


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Sei i dimostranti uccisi tra sabato e ieri. Le dimissioni del premier Mohammed Ghannouchi non fermano i manifestanti che restano accampati a piazza della Kasbah, dove ha sede il governo tunisino
La rivoluzione dei gelsomini continua e a Tunisi la tensione è tornata ai livelli che hanno preceduto la fuga dell”ex presidente Ben Ali. Ieri sono state rafforzate le misure di sicurezza intorno al ministero degli interni su tutta la Avenue Bourghiba, da sempre epicentro degli scontri, dove sono state concentrate altre truppe. Proprio qui, durante gli scontri di sabato scorso, erano stati uccisi cinque manifestanti. Cinque, secondo i dati ufficiali. Ieri, nonostante il blocco della zona, gruppi di giovani hanno inscenato manifestazioni. Chiusi i negozi e le scuole. Anche le quotazioni in borsa sono state sospese per tre giorni. Nel week end infatti diversi negozi erano stati saccheggiati e a Ben Arous, una decina di chilometri dalla capitale, e negli scontri che erano seguiti una persona era stata uccisa, un”altra ferita.
Domenica, le dimissioni del primo ministro Mohammed Ghannouchi richieste a gran voce dai manifestanti fin dalla sua nomina, a metà gennaio, non sono bastate a sospendere le proteste. I manifestanti accampati nella piazza della Kasbah, dove ha sede il governo tunisino, non si arrendono. Non è stata accolta positivamente dai manifestanti nemmeno la nomina da parte del presidente ad interim, Fouad Mebazaa, a nuovo premier di Béji Caïd Essebsi, 84 anni, ministro e ambasciatore ai tempi di Habib Bourghiba, il padre dell”indipendenza tunisina e presidente dal 1957 al 1987. Oltre al premier Ghannouchi si è dimesso, ieri, anche il ministro dell”industria e della tecnologia, Afif Chelbi, già ministro di Ben Ali.
«Noi manterremo il nostro sit in fino alla formazione di un”assemblea costituente e il riconoscimento del Consiglio di protezione della rivoluzione», ha dichiarato lunedì mattina all”agenzia di stampa francese Afp il coordinatore del sit in, Mohamed Fadhe, portavoce di un collettivo dell”opposizione che è ancora in via di formazione.
La nomina di Béji Caïd Essebsi «rapida e senza consultazione è stata un sorpresa» per Ali Ben Romdhane, segretario generale aggiunto dell”Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt).
«Come si può assicurare l”obiettivo auspicabile di far uscire la Tunisia dalla situazione difficile in cui si trova se il presidente non si è dato nemmeno 24 ore di consultazioni per la designazione di un primo ministro, chiunque esso sia?» si è chiesto il responsabile dell”Ugtt. Il sindacato è stato il punto di riferimento più importante della rivoluzione dei gelsomini.
La nomina di Caïd Essersi invece «darà respiro al processi che deve portare i tunisini verso le elezioni libere ed eque», ha detto Maya Jerebi, segretaria generale del Partito democratico progressista (Pdp, che fa parte del governo Ghannouchi).
Secondo il giornale indipendente Tunis-hebdo «visto l”andamento delle cose, il grande rischio è di vedere compromesso il processo di transizione, messo in pericolo dalla lentezza e dall”inadeguatezza flagrante di un governo ancora legato ai vecchi riflessi e alle vecchie cricche di politici che si sono imbarcati nell”onda rivoluzionaria più per servirsene che per servire».
A voler invece approfittare della situazione sembra il leader islamista di Ennahda, Rachid Ghannouchi, rientrato da Londra dove era in esilio, con il pragmatismo che contraddistingue i partiti islamici. Rachid Ghannouchi mira infatti a far parte del governo che, secondo lui, con la nomina del nuovo primo ministro dovrà allargare la partecipazione.
La transizione tunisina verso le elezioni, che sono state annunciate dal premier dimissionario, entro la metà di luglio si fa complicata, anche se i protagonisti della rivolta sembrano determinati a non farsi scippare la rivoluzione, come hanno ripetutamente dichiarato.
D”altro canto ci sono ancora i sostenitori del vecchio regime che non sembrano disposti a riconoscere la nuova situazione e, soprattutto i poliziotti, si infiltrano nelle manifestazioni per provocare aumenti di tensione oppure cercano di mostrarsi favorevoli al nuovo corso per mantenere posti di potere. ‘

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