Salviamo l'Afghanistan: appello alla solidarietà internazionale | Giuliana Sgrena
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Salviamo l'Afghanistan: appello alla solidarietà internazionale

Malalai Joya è una delle donne afghane che non si è mai arresa, ha denunciato i criminali signori della guerra presenti nella Loya Jirga, dove era la più giovane eletta, per questo è stata cacciata

Salviamo l'Afghanistan: appello alla solidarietà internazionale
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Giuliana Sgrena Modifica articolo

14 Ottobre 2021 - 23.14


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di Malalai Joya
Trascorsi vent’anni dall’inizio dell’invasione e della guerra lanciati dagli Usa, il popolo del mio paese, che soffre da molto tempo, è di nuovo al punto di partenza. Dopo aver speso migliaia di miliardi di dollari e aver provocato centinaia di migliaia di morti e sfollati, la bandiera talebana torna a sventolare sull’Afghanistan.

Come più giovane donna eletta al Parlamento dell’Afghanistan nel 2005, la mia esperienza riflette il fallimento della guerra degli Stati Uniti e della Nato – una politica che ha usato i diritti delle donne come pretesto per l’occupazione, ma è riuscita solo a rafforzare le forze più corrotte della nostra società.

Sono sopravvissuta a diversi attentati perché ho denunciato e condannato la presenza di signori della guerra e di criminali nel governo afghano insediato dall’occupazione statunitense. Poi sono stata estromessa dal Parlamento e costretta a vivere in clandestinità.

L’ascesa, e ora il ritorno, dei taleban e di coloro che condividono l’ideologia di questi estremisti come l’Isis, al-Qaeda e decine di altre organizzazioni terroristiche in Afghanistan, è il risultato di decenni di intervento straniero e di corruzione che ha trasformato la speranza di vita e di un futuro relativamente luminoso in un terribile incubo per gli afghani indifesi. Per vent’anni ho dato voce alla lotta del mio popolo per la libertà, l’indipendenza, la prosperità e la giustizia sociale, e sono sempre stata al fianco della protesta contro i fondamentalisti jihadisti-talebani e dei loro padroni stranieri assetati di sangue. Per più di quattro decenni, questi fondamentalisti sono stati mercenari e creature delle organizzazioni infernali della Cia, Mossad, MI6, Wawak/Savak e Isi, che hanno ucciso il nostro popolo indifeso e innocente e hanno costretto la gente a lasciare le loro case.

Il più grande tradimento degli Stati Uniti alla nazione afgana è la sottomissione dell’Afghanistan ai taleban attraverso un accordo vergognoso al quale ha contribuito il regime fantoccio di Ashraf Ghani. Con questa azione – e concedendo l’amnistia e il riconoscimento internazionale ai terroristi talebani, che sono nella lista nera dell’Onu ricercati come criminali, in nome dell’accordo di pace – gli Usa hanno dimostrato ancora una volta che hanno un legame inscindibile con i loro lacchè. Lo stesso tradimento è stato fatto 20 anni fa in Afghanistan dopo l’11 settembre. Gli Stati Uniti hanno sostituito il regime barbaro dei taleban – protagonisti della sanguinosa guerra civile dal 1992-1996 – con i signori della guerra fondamentalisti e alcuni tecnocrati occidentali.

Ora, ancora una volta, hanno portato i taleban al potere in nome di una cosiddetta “pace”, ma la pace senza giustizia non ha senso.

Ripensando alla storia, l’esercito statunitense ha commesso crimini di guerra e lo ha fatto anche nella sua ultima operazione in Afghanistan, sparando sulla folla in attesa all’aeroporto, uccidendo e ferendo più di 40 afghani e molti altri disperati che sono caduti dall’aereo militare. Hanno lanciato razzi dall’aeroporto verso zone residenziali con il pretesto di colpire l’Isis e invece hanno ucciso 9 afghani innocenti tra cui donne e bambini.

Tutti sanno che i taleban hanno preso il potere con un vergognoso accordo con gli americani, altrimenti il regime di Ghani come avrebbe potuto disintegrarsi completamente da un giorno all’altro con tutte le strutture militari e 20 anni di sostegno della cosiddetta comunità internazionale.

A meno di due mesi dall’inizio di questo nuovo regime talebano, possiamo già vedere la brutalità che scateneranno contro il nostro popolo. Esempi lampanti sono il bombardamento e la distruzione di vaste aree del Panshir e le uccisioni mirate, le esecuzioni sommarie, il trasferimento forzato dei residenti del Panshir, la brutale repressione delle manifestazioni e la tortura, la scomparsa di molti giornalisti, attivisti sociali, giovani manifestanti, la cui sorte è ancora sconosciuta, e decine di altri tragici casi registrati sotto il regime di questi barbari assassini. Ho detto molte volte in passato e lo ripeto ora che i taleban non sono cambiati, né sono diventati moderati, morbidi e umani.

Oltre agli Stati uniti e ai loro nefasti interessi, le potenze regionali sono da tempo interessate all’intervento e all’occupazione o al controllo dell’Afghanistan, specialmente la Cina, la Russia, il Pakistan e l’Iran. Ognuno di questi paesi ha i propri interessi strategici specifici. Inoltre, paesi come il Regno unito, la Germania, la Turchia, il Qatar, la Francia e molti altri hanno contribuito all’instabilità dell’Afghanistan e a far arretrare il paese per i loro interessi politici, economici e militari. I diritti delle donne sotto il regime talebano sono inesistenti e anzi tornano la tortura, le frustate, i matrimoni forzati, la lapidazione, il divieto della musica e la privazione dei bisogni elementari, la privazione dell’istruzione e del lavoro, e molto altro che dimostra la loro natura misogina e disumana. Un chiaro esempio recente è quello delle donne coperte dalla testa ai piedi con l’Hijab nero all’Università di Kabul e nelle strade di Kunduz, Faryab e Kabul, che sono salite sul palco con lo slogan “Morte alla democrazia e lunga vita all’Emirato”.

Le proteste contro l’assurda e deleteria ideologia dei taleban sono iniziate con la presenza di donne progressiste e senza paura. Queste incredibili dimostrazioni di coraggio sono motivo di speranza per altre iniziative efficaci e per il movimento delle donne a livello nazionale.

La catastrofe ha causato la disoccupazione di molti uomini e donne e allo stesso tempo è aumentata l’inflazione che accentuerà la povertà. Quando guardiamo le strade di Kabul, Herat e Balkh, vediamo solo lunghe code di venditori di elettrodomestici a causa della povertà e della miseria. È straziante vedere che alcune famiglie hanno persino dovuto vendere i loro figli o i loro organi o suicidarsi perché non potevano nutrire i figli. Le banche sono state chiuse dopo l’arrivo dei talebani e la gente ora ha un accesso limitato al proprio denaro. In assenza di stipendi, molti ex impiegati del governo passano giorni estenuanti alla ricerca di mezzi di sopravvivenza o rischiano la morte tentando una emigrazione clandestina. La maggior parte degli operatori sanitari hanno lasciato il loro lavoro e svolgono attività precarie in altri campi. Il valore della moneta afgana è crollato ai minimi storici negli ultimi 20 anni, e i 9 miliardi di dollari di capitale congelato dagli arroganti criminali americani hanno aggravato la catastrofe attuale, e il popolo ne paga le conseguenze.

Ho sottolineato ripetutamente che l’unico modo per salvare l’Afghanistan e uscire da questa situazione catastrofica è la solidarietà delle forze progressiste, democratiche e laiche del mondo intero. Di questo abbiamo bisogno se vogliamo avere un Afghanistan indipendente, democratico e prospero in cui uomini e donne abbiano uguali diritti basato sulla democrazia. Per due decenni ho ripetuto che “nessuna nazione può liberare un’altra nazione”. Ora insisto di nuovo: è solo il popolo afghano che può liberare sé stesso.

Gli afghani sono un popolo coraggioso e determinato, e anche in queste ore buie per il nostro paese troveremo nuovi modi per unirci e combattere per la nostra liberazione. La solidarietà e il sostegno internazionale sono cruciali in questo momento. Non dimenticate le donne afghane, solo perché gli Stati uniti e le altre truppe della Nato sono tornate a casa. Siamo più determinati che mai a unirci per fare in modo che un giorno la vera bandiera del nostro paese sventoli su un Afghanistan indipendente e libero.

 

  • Malalai Joya è nata nel 1977, nella provincia di Farah. Fa parte di quella generazione che ha sempre vissuto in guerra. Costretta a lasciare l’Afghanistan con la famiglia, ha vissuto in Pakistan. Rientrata in Afghanistan dopo la caduta dei taleban, nel 2005 è stata eletta in parlamento, la più giovane deputata, ma è stata cacciata al grido di «stupratela» per aver denunciato i signori della guerra presenti nell’Assemblea. Costretta a una vita da clandestina, scortata, ha subìto minacce e tentativi di assassinarla. Non ha mai cessato di lottare contro il fondamentalismo, per la democrazia, i diritti umani e soprattutto quelli delle donne. Ha raccontato la sua vita in «Finché avrò voce», tradotto in 18 lingue. Malalai ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti a livello internazionale, è molto conosciuta anche in Italia per le numerose iniziative organizzate dal Cisda (Comitato italiano di solidarietà con le donne afghane). Nel 2010 è stata inserita nella classifica di Time Magazine tra le 100 persone più influenti al mondo.

 

 
 
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