Non ce la siamo andate a cercare

Quando a essere sequestrata è una donna, come Silvia Romano, immediatamente scatta un linciaggio mediatico, che non succede quando si tratta di un uomo.

Dal film A private war

Dal film A private war

Giuliana Sgrena 25 novembre 2018

Se fossi tornata in una bara, tredici anni fa, mi avrebbero celebrata (forse) come una giornalista che cercava la verità e aveva fatto degli scoop. In realtà quello dell’uso del fosforo bianco a Falluja l’avevo anche fatto ma nessuno se n’era accorto.


Invece sono tornata viva, purtroppo però in una bara è tornato chi mi aveva salvato la vita per due volte. Giustamente Nicola Calipari è stato celebrato come un eroe, per poi essere dimenticato con un insabbiamento di fatto del caso. Non compare più nemmeno tra «i misteri d’Italia». Per quale mistero?


Io sono tornata viva, anche se ferita, e sono stata accusata di essere responsabile della morte di Calipari (e anche se sono stati gli americani a sparargli io vivo con la inevitabile – in questi casi – sindrome della sopravvissuta), di essere una «sporca comunista» che invece di stare a casa (come dovrebbero fare tutte le donne, magari a fare la calza – Biagi dixit) andavo in giro per scrivere articoli che confermassero le mie tesi anti-americane. E per questo ho ricevuto numerose minacce.


Scusate se parto da me, ma ogni sequestro mi fa ripiombare nell’incubo di tredici anni fa, e mi paralizza.  Quando poi a essere sequestrata è una donna immediatamente scatta un linciaggio mediatico; naturalmente nell’era dei social network tutto questo è ancora più veloce e sadico.  Fateci caso, quando si tratta di un uomo non succede mai, anche di fronte a evidenti imprudenze.  Ma è toccato a tutte noi, prima alle Simone per finire con Silvia Romano, passando per Vanessa e Greta.


Il «complimento» meno scabroso è quello di essere «oche giulive», nel mio caso anche attempata. La scelta dell’oca non è casuale non essendoci il corrispettivo maschile.  Se sono giovani è ancora peggio perché – parlando di Silvia – colpevole di «essere entusiasta e sognatrice» come ha scritto Massimo Gramellini nel suo caffè intitolato «Cappuccetto Rosso» e con questo titolo non c’era possibilità di fraintendimento. Abbiamo letto tutta la sua rubrica e non solo l’incipit che tuttavia è rivelatore di un linguaggio sessista (quando parla di smanie). Lui riscrive il suo caffè per ribattere alle accuse, ma non convince e ricorda le scuse di Federico Moccia quando scrisse che nel femminicidio maschio e femmina hanno la stessa colpa.


Non voglio riproporre i commenti disgustosi scritti sui social contro Silvia (che spero torni presto a casa) ma solo far notare a Pierluigi Battista che non si tratta solo di «energumeni dei social a odiare e spargere veleno», se il caffè di Gramellini è uscito lo stesso giorno sullo stesso Corriere della sera (che aveva pubblicato anche l’articolo di Moccia). Sappiamo che il giornalismo nell’era dei social non va tanto per il sottile.
Tre giorni fa sono stata interpellata dall’Adnkronos per riconoscere un messaggio inviato durante il rapimento, il 25 febbraio 2005. La voce era la mia, però ho spiegato alla giornalista che si trattava di una registrazione strana, che mi aveva fatto fare uno dei miei guardiani, in fretta e furia, addirittura sulla cassetta dove conservava gelosamente i versetti del corano.


Avrei scoperto al mio ritorno che si trattava di una registrazione per proporre una trattativa parallela a quella di Calipari. Trattativa proposta da Scelli, allora commissario della Croce rossa italiana (Cri), che fu rifiutata, ma che fece perdere colpevolmente tempo, e non sappiamo come sarebbe andata se fosse stata conclusa nei tempi previsti da Calipari. L’Adnkronos ha pubblicato l’audio di quel messaggio come la mia prova in vita – che invece era stata mandata in Italia molto prima – seguita poi da una intervista a Scelli in cui rivendica il ruolo dell’«intelligence umanitaria» millantando di tutto e di più. Ricordo che a Baghdad l’arrivo dell’ospedale da campo della Cri scortato dai militari e installato in una piazza a due passi da un ospedale che poteva essere ripristinato, aveva provocato le ire di molti iracheni e il disconoscimento della Croce rossa internazionale. Strumentalizzare i rapimenti per rilanciare Scelli non è degno di un’agenzia di stampa.


Alla Festa del cinema di Roma sono stata invitata alla prima di A private war – che ora è nelle sale. Un film che ricostruisce la storia della giornalista americana Marie Colvin, che lavorava per il Sunday Times, uccisa da un bombardamento a Homs nel 2012, insieme al fotografo francese Rémi Ochlik.


Marie, che ho conosciuto a Baghdad nel 1999 e ho poi incrociato numerose volte, era una donna coraggiosa che sfidava i pericoli.


Nel film appare con tutta la sua caparbietà e competenza quando si muove da un confitto all’altro in Medio Oriente, Africa e oltre. In Sri Lanka perde l’occhio sinistro, ma non si ferma, con una benda nera continua il suo lavoro, sempre in prima linea. Certo le esigenze cinematografiche impongono l’esaltazione dei personaggi, ma anche il rischio del facile e banale «te la sei andata a cercare».


 


il manifesto 25 novembre 2018