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Per la pace rinuncio ai condizionatori d’aria ma anche all'invio di armi

Non credo in una soluzione militare, ma anche se ci potesse essere un vincitore e uno sconfitto sul campo, quale sarebbe il prezzo da pagare? Un prezzo che pagherebbero i civili

Per la pace rinuncio ai condizionatori d’aria ma anche all'invio di armi
Guerra in Ucraina

Giuliana Sgrena

11 Aprile 2022 - 16.52 Globalist


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Per la pace rinuncio ai condizionatori d’aria, persino al riscaldamento se fosse necessario. Chiedo però al presidente Draghi di rinunciare all’invio delle armi per la pace. Anche se «Armi, armi, armi» è la richiesta del ministro della difesa ucraino Kuleba alla Nato. Un grido di guerra che mi spaventa. Nei vari conflitti in cui mi sono trovata a intervistare la popolazione, la prima richiesta avanzata era sempre la fine della guerra, porre fine alle stragi, a qualunque costo. Possibile che in Ucraina invece tutti siano a favore della continuazione della guerra fino alla vittoria?  Certo il nazionalismo esacerbato alimenta il bellicismo e l’odio, che purtroppo non finirà con la fine della guerra, come abbiamo visto nei Balcani, ma vivere sotto le bombe è devastante. In Ucraina esiste, per quanto ininfluente, anche un movimento pacifista contrario alla violenza guidato da Yurii Sheliazhenko. Chi ne ha mai parlato?  In Ucraina, sotto la legge marziale, un decreto del presidente ha unificato tutti i canali televisivi in un’unica piattaforma di «comunicazione strategica» attivo 24 ore al giorno. E sicuramente non c’è spazio per l’opposizione.

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Non credo in una soluzione militare, ma anche se ci potesse essere un vincitore e uno sconfitto sul campo, quale sarebbe il prezzo da pagare? Un prezzo che pagherebbero i civili, che nelle guerre sono il 90 per cento delle vittime.

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Nelle guerre, tutte, la propaganda è una componente inevitabile dello scontro. La utilizzano più o meno abilmente, anche mediaticamente, tutti gli attori in campo, tanto che è difficile verificare i fatti dietro il fumo della propaganda, ma è necessario, indispensabile per informare e formare l’opinione pubblica. In Ucraina sarà particolarmente difficile, anche perché in questa guerra non c’è dubbio che dobbiamo stare dalla parte degli ucraini, ma dobbiamo farlo non con la reticenza e l’omertà, affidandoci al giornalismo embedded. 

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Con gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione non possiamo rinunciare ai principi del giornalismo che impongono la verifica delle notizie, l’approfondimento delle cause e delle conseguenze, anche se gli orrori documentati sono più ad effetto tanto che si scade nella pornografia del dolore per amplificare le emozioni del telespettatore e del lettore. 

La guerra spettacolo è la negazione dell’informazione. Alcuni di noi hanno sottoscritto un appello per rendere evidenti questi rischi e per evitare la deriva di questo giornalismo di guerra, io direi la «militarizzazione» dell’informazione, anche se questo declino non è iniziato con l’aggressione russa all’Ucraina ma in Ucraina ha raggiunto livelli preoccupanti: non basta denunciare gli orrori per evitare che tornino ad accadere, bisogna scavare in profondità per sradicare (o almeno togliere la copertura) alle ragioni più profonde. 

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Anche per togliere l’alibi a quei politici che pensano di lavarsi la coscienza inviando armi perché il popolo ucraino continui a combattere e a morire, aumentando le spese militari approfittando della guerra, magari per poi scoprire che non si possono usare per via della minaccia nucleare, ma alimentando così nuove guerre che inevitabilmente scoppieranno altrimenti si porrebbe fine all’industria bellica così fiorente anche in tempi di crisi.

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