La Turchia e il simulacro della Nato

Il turco Erdogan vuole annientare l'esperienza rivoluzionaria del Rojava: democrazia dal basso, laicità, parità di genere, sviluppo ecologicamene compatibile.

Combattenti curde

Combattenti curde

Giuliana Sgrena 13 ottobre 2019




Fermare la Turchia. Non si può permettere ancora una volta l’attacco al popolo curdo e l’annientamento di una esperienza straordinaria come quella del Rojava (democrazia dal basso, laicità, parità di genere, sviluppo ecologicamente compatibile).


Opporsi all’invasione della Siria del nord da parte della Turchia non solo e non tanto perché contribuisce alla destabilizzazione della regione ma perché non si può permettere la violazione dei confini: ricordate la guerra contro l’Iraq perché aveva invaso il Kuwait? La credibilità della comunità internazionale svanisce – non è la prima volta – di fronte al ricatto di Ankara: il via libera verso l’Europa a oltre 3,6 milioni di profughi siriani, che finora aveva bloccato con i soldi della Ue (6 miliardi di euro) alla quale ora chiede un altro miliardo.


I curdi ancora una volta sono beffati dalla comunità internazionale e dagli «alleati»: dopo la Prima guerra mondiale quando il popolo curdo fu diviso tra Turchia, Siria, Iran; dopo la Prima guerra del Golfo quando Usa, Gran Bretagna e Francia crearono le no fly zones in Iraq (al nord per i curdi e al sud per gli sciiti) con il pretesto di proteggerli se si fossero ribellati a Saddam, ma quando il dittatore scatenò la repressione furono abbandonati – abbiamo ancora negli occhi i campi dei profughi sulle montagne tra Iraq e Turchia, perché Ankara non permetteva loro di entrare nel paese, dove era scoppiato il colera per mancanza di igiene. Per arrivare fino a oggi, dopo aver sconfitto l’Isis sono «traditi» dagli «alleati» americani e lasciati in pasto alle mire espansionistiche del sultano Erdogan. Non è la prima volta che la Turchia rivela l’intenzione di creare una fascia di sicurezza in Siria larga 30 chilometri, ufficialmente per combattere i «terroristi» del Pkk, il cui leader Ocalan è isolato in carcere da vent’anni. L’ossessione di Erdogan nasconde le mire egemoniche nel mondo islamico.


Le Forze democratiche siriane, che hanno sconfitto l’Isis con il supporto degli americani, se costrette a combattere l’invasione lasceranno sguarniti i centri dove sono detenuti i jihadisti da loro incarcerati – 12 mila, di cui 2.000 occidentali – con il rischio che i terroristi possano fuggire non solo verso i paesi arabi ma anche verso l’Europa. Non è solo un timore, i bombardamenti hanno anche aperto brecce nei campi e jihadisti stanno combattendo con i turchi che sono entrati in Siria anche via terra. La fuga dei jihadisti e l’arrivo dei profughi – cui si aggiungono i nuovi profughi – sono le principali preoccupazioni dei paesi occidentali, che continuano a rifornire l’arsenale turco. La Turchia, che ha lasciato passare combattenti, finanziamenti e armi per i jihadisti che combattevano contro Assad, ovviamente non si preoccupa della loro liberazione e ricollocazione. Anzi, costituiscono un supporto nella guerra contro i curdi.


Che fare? Italia e Francia convocano i rispettivi ambasciatori. L’Europa si limita a condannare l’azione militare e l’Onu non riesce a esprimere una posizione. La Spagna – se la situazione si aggraverà – ritirerà le batterie di missili Patriot schierati nella base di Incirlik a supporto della Nato. La Svezia, la Norvegia e la Danimarca chiedono l’embargo delle armi alla Turchia. Paesi come Finalndia, Norvegia, Olanda e ora anche la Germania hanno deciso la sospensione dei rifornimenti militari. E l’Italia? Il nostro paese ha un ruolo importante nell’armare Ankara: negli ultimi quattro anni ha autorizzato la fornitura di 860 milioni di euro in armi, 360 nel solo 2018, denuncia la Rete italiana disarmo che ne chiede la sospensione immediata, come previsto dalla legge per i paesi in conflitto.


Trump dopo aver dato il via libera all’operazione «Fonte di pace» ora minaccia ipocritamente sanzioni per salvare la faccia di fronte ai suoi stessi militari. Che sono già stati colpiti «per errore» da un bombardamento. Le bombe hanno raggiunto anche Kobane simbolo della resistenza curda contro lo Stato islamico. C’è ancora chi ritiene che la Turchia non possa essere abbandonata perché paese membro della Nato, che però compra armi dalla Russia, mentre Trump si sfila da «stupide guerre». Non si sta forse difendendo un simulacro (la Nato) che ha ormai solo un fondamento, non meno pericoloso, ideologico?












il manifesto 13 settembre 2019