Un «venerdì» di liberazione e di lotta

Il ventesimo venerdì di protesta coincide con il 57.mo anniversario dell'indipendenza dal colonialismo francese. E cade dopo il pretestuoso arresto del comandante delle guerra di liberazione Lakhdar Bouragaa.

Algeri, manifestazione contro il sistema

Algeri, manifestazione contro il sistema

Giuliana Sgrena 5 luglio 2019




«Una coincidenza del calendario inscrive simbolicamente il nostro movimento nel corso incrollabile della storia del nostro popolo, della sua aspirazione alla libertà».


Il 5 luglio, anniversario della liberazione dell’Algeria viene a cadere di venerdì, il ventesimo delle manifestazioni che dal 22 febbraio vedono gli algerini occupare le piazze del paese per porre fine al regime corrotto. La rete contro la repressione, per la liberazione dei prigionieri di opinione e per le libertà democratiche ha lanciato un appello a manifestare «in forze» questo venerdì, in occasione della 57esima commemorazione dell’indipendenza. Un legame simbolico che trova concretezza nelle rivendicazioni dei valori che furono alla base della guerra di liberazione: «Nel 1962 abbiamo liberato la terra, nel 2019 libereremo l’uomo».


Oggi gli algerini chiederanno anche la liberazione di Lakhdar Bouragaa, comandante della guerra di liberazione, il cui arresto (il 29 giugno) ha fatto uscire dal silenzio lo storico colonnello dell’Esercito di liberazione nazionale Youcef Khatib, che ha ricostruito le azioni eroiche compiute da Bouragaa contro l’esercito di occupazione francese, per porre fine alla campagna di denigrazione che si è scatenata contro il «fratello d’armi».


La manifestazione oggi si svolge in una situazione di tensione: nelle ultime due settimane diversi manifestanti sono stati arrestati perché sventolavano la bandiera berbera. Per questo l’appello invita i manifestanti «a preservare l’unità e il carattere pacifico della nostra rivoluzione respingendo le provocazioni da qualsiasi parte provengano».


Sono momenti che richiedono grande responsabilità a tutte le forze in campo. Da una parte la forza rivoluzionaria – con tutte le sue articolazioni e contraddizioni – e dall’altra il potere, che dopo le dimissioni di Bouteflika e i numerosi arresti di uomini del clan, è sostanzialmente nelle mani del capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah che difende la via «costituzionale» in accordo con il presidente a interim Abdelkader Bensalah e continua la sua caccia alle streghe che riempie le carceri.


Bensalah, il cui mandato scade il 9 luglio ma non se ne andrà, nel suo discorso alla nazione del 3 luglio ha rilanciato la proposta di un «dialogo nazionale inclusivo», nel quale lo Stato, compresa l’istituzione militare, osserverebbero una posizione di neutralità, pur fornendo tutti i mezzi necessari. Al dialogo, che sarà condotto da personalità nazionali credibili, indipendenti e senza ambizioni elettorali, saranno invitati a partecipare partiti, società civile, organizzazioni socio-professionali e rappresentanti del movimento popolare.


Nessuna precondizione per il dialogo che però dovrà concentrarsi sull’unico obiettivo strategico: l’organizzazione delle elezioni presidenziali. Alla luce di queste dichiarazioni sorge qualche dubbio sulla conferenza convocata per domani, 6 luglio, dalle Forze del cambiamento con l’obiettivo, secondo il coordinatore Abdelaziz Rahabi, di «arrivare a una sintesi tra soluzione politica e soluzione istituzionale, dunque costituzionale. Noi proponiamo il ritorno al processo elettorale dopo un accordo tra l’opposizione e la società civile e tutte le parti che esprimono le rivendicazioni dell’hirak (il movimento)».


«L’organizzazione di elezioni presidenziali nel quadro del sistema attuale non servirà che alla sua rigenerazione», secondo le Forze dell’alternativa democratica che si sono riunite il 26 giugno ad Algeri. Nella riunione, cui hanno partecipato i partiti della sinistra, associazioni e personalità, è stato elaborato un «patto politico per una vera transizione democratica» che dovrebbe permettere di superare la situazione di impasse.


Nel documento si precisano le precondizioni per una trattativa e le condizioni che nel periodo di transizione dovrebbero contribuire alla costruzione di uno stato di diritto democratico. Un patto che, pur non rappresentando tutto il movimento di opposizione, ha suscitato quelle speranze che invece la Conferenza della società civile del 15 giugno non era riuscita a ottenere.


La rappresentanza della società civile – Confederazione dei sindacati autonomi, Collettivo della società civile per la transizione democratica, collettivo Amel delle associazioni religiose, Forum civile per il cambiamento e il collettivo dell’associazione degli Oulemas – è più disomogenea, quindi è stato più difficile raggiungere un consenso sulla road map.


L’iniziativa prevede la designazione di una personalità o una istanza presidenziale consensuale per dirigere un periodo di transizione «da sei mesi a un anno» con un governo di competenze nazionali e la creazione di una istanza indipendente per l’organizzazione di elezioni. Evidentemente frutto di mediazioni tra le diverse anime della conferenza, che non ha preso in considerazione la parità di genere.


Le associazioni femministe, riunite dal 20 al 22 giugno a Tighremt in Kabiliya, hanno ribadito la loro visione di «un’Algeria nuova, che prenda in considerazione il nostro femminismo». Un’affermazione non scontata.


«Le rivendicazioni femministe portate nell’hirak hanno risvegliato resistenze retrograde e provocato aggressioni e intimidazioni nei nostri confronti, il che ha solo rafforzato la nostra mobilitazione», si legge nel documento finale che conclude così: «Non accorderemo il nostro sostegno alle forze che ci ignoreranno».




 







 


il manifesto 5 luglio 2019