La tragica sfida di Saman Abbas, e le altre

Il corpo della giovane pachistana non è stato ancora trovato, ma gli indizi e una testimonianza non lasciano dubbi: è stata assassinata dai familiari perchè non accettava un matrimonio combinato

Due foto di Saman

Due foto di Saman

Giuliana Sgrena 3 giugno 2021

Saman Abbas è scomparsa ormai un mese fa, purtroppo le speranze che sia ancora viva, come sostiene il padre, di ora in ora si vanno esaurendo. Vorremmo veramente poterla credere ancora viva, ma evitiamo le illusioni. È forte l’indignazione di fronte all’incapacità di proteggere la vita di ragazze, donne che vivono nel nostro paese e vogliono vivere come noi contravvenendo alle imposizioni di una famiglia patriarcale che basa le proprie convinzioni su una lettura integralista della religione e arcaica delle tradizioni. Ma l’indignazione sembra non avere la forza di rompere quella sorta di relativismo culturale che condiziona la sinistra, la quale per il timore di essere accusata di islamofobia fa scelte – o nessuna scelta – che rasentano il razzismo.

Basta vedere le foto diffuse dai media di Saman velata e senza velo, sembrano due ragazze diverse, completamente. Il velo la annienta, la reprime, la opprime. Come non capirlo?  Quante Saman, Hina, Sana dovranno essere ammazzate dalle proprie famiglie perché non vogliono cedere al matrimonio combinato, al divieto di frequentare ragazzi italiani, alla costrizione a vivere una vita che non è quella scelta perché il problema venga affrontato? Saman aveva già denunciato i genitori per violenze nei suoi confronti ed era stata ospitata in una struttura di accoglienza, ma compiuti di diciotto anni se n’era andata, era tornata a casa. Attirata con promesse e l’inganno? Convinta di poter far valere la propria maggiore età?  Adesso non ha più importanza.

Di fronte al drammatico epilogo, che ormai sembra purtroppo accertato, nessuno parla di femminicidio, eppure lo è, a pieno titolo come lo è il delitto d’onore.

Dopo l’assassinio di Hina avevo ricevuto una lettera di una giovane marocchina che mi scriveva: «la prossima potrei essere io». Mi vengono ancora i brividi alla schiena quando ci penso, non è stata lei la successiva ma c’è stata una successiva e ce ne saranno ancora se non si troverà il modo per proteggere queste ragazze. Non solo. Bisogna anche impedire che le famiglie portino le loro figlie nei paesi d’origine per matrimoni combinati o per l’infibulazione. È una battaglia di civiltà che parte dallo ius soli ma che non si ferma alla formalità: la cittadinanza comporta diritti e doveri, come quello di lottare insieme per difendere i diritti conquistati e ottenerne altri. Così come le donne fanno in ogni angolo del mondo contro la violenza frutto di una cultura patriarcale che non ha confini.

Ma in occidente, a sinistra tranne in Francia, è ritenuto più politicamente corretto sostenere le campagne per difendere l’uso dell’hijab (velo). Sostenuto anche dalle griffe che sfruttano la modest fashion (moda islamica) e muove un notevole giro di affari. Se poi a lanciare su Instagram la campagna #Handsoffmyhijab (Giù le mani dal mio hijab) è la modella Rawdah Mohamed, il successo è garantito.  Infatti la modella somalo-norvegese è diventata anche la fashion editor di Vogue Scandinavia.

il manifesto 3 giugno 2021