Ogni giorno decine e decine di donne affollano il cortile e le stanze del nuovo ministero per la condizione femminile mentre sono ancora in corso i lavori per sistemare gli edifici che lo ospitano. Finalmente è stata comunque trovata una sede per il ministero di Sima Samar, medico, vissuta in esilio a Quetta in Pakistan, dove ha lavorato nei campi profughi e dove poi è riuscita a costruire un ospedale e scuole per le bambine. Rientrata in Afghanistan come ministra, nella quota riservata ai sostenitori del re, sta organizzando il ministero che dovrebbe cercare di riscattare le donne afghane dopo la segregazione sessuale imposta dai taleban. Per cominciare ha offerto alle donne un lavoro: oltre cinquecento posti come insegnanti, funzionari pubblici, dipendenti amministrativi. Per questo le donne accorrono. Varcato il cancello alzano il burqa e si mostrano a viso aperto. A gruppetti sostano a chiacchierare nel giardino. Donne di tutte le etnie, si distinguono molte hazara come Sima Samar, e di tutte le età; molte dopo tante sofferenze dimostrano più anni di quanti ne abbiano. Tutte, dopo gli anni bui dei taleban, sperano di trovare un lavoro o riprendere quello lasciato cinque anni fa.Safora, 20 anni, è in fila per presentare una domanda di assunzione, vorrebbe fare l”impiegata ma non ha concluso la scuola superiore, le mancava appena un anno quando Kabul è stata conquistata dagli ex studenti di teologia. Per aiutare la famiglia – ha nove fratelli – ha fatto la sarta. Ora spera di poter lavorare part time e finire gli studi. Rahima, 35 anni ma ne dimostra sessanta, chiede un lavoro come donna delle pulizie, non sa come mantenere gli otto figli ora che il marito, autista, ha perso la vista. Staqila porta molto meglio i suoi 37 anni e il khol rende i suoi occhi ancora più vivaci in contrasto con l”azzurro del burqa appoggiato in testa. Insegnante per adulti analfabeti ai tempi di Najibullah, aveva perso il lavoro con l”arrivo dei mujahidin, così come suo marito, che allora ha allestito una bancarella al bazar. Spera di trovare un lavoro più dignitoso. Tutte si accalcano per presentare le loro domande a funzionari che trascrivono lentamente. La risposta ci sarà con il nuovo anno, che per il calendario zoroastriano comincia il 21 marzo.Le donne cominciano a recupere speranza anche se i timori per la sicurezza e la paura introiettata durante il regime dei taleban sono ancora tali da non farle uscire senza il burqa, tranne qualche eccezione. C”è chi assicura comunque che presto, con il nuovo anno, l”orribile velo integrale, che per anni ha imposto alle donne un mondo a quadretti, sarà abolito. Ad incentivare l”abbandono del burqa, che qui si chiama chadri, dovrebbe essere lo stesso governo che sta preparando l”uniforme scolastica per studentesse – abito nero con velo bianco – e per le insegnanti – abito verde, sempre velo bianco. E c”è chi si prepara al nuovo anno aprendo un negozio di parrucchiera, nel dopo burqa il lavoro dovrebbe essere assicurato.Fatana Shamal non ha voluto aspettare e si limita a portare sul capo una sciarpa con varie sfumature di marrone che illuminano i suoi occhi verdi. 28 anni, single e contenta di esserlo dice, si è laureata in scienze politiche sei anni fa e, insegnerà islamistica – il corano, gli hadith (detti del profeta) – in una scuola superiore che accoglierà 5.000 ragazze, la Mariam high school. Proprio lei che insegna il corano è tra le prime a togliere il burqa? “Non è il corano a imporre il burqa e io che conosco i testi posso dimostrarlo e dare l”esempio”, dice sicura di sé. La troviamo nell”atrio della scuola, insieme ad altre colleghe che stanno preparando gli esami di ammissione al nuovo anno scolastico. Dopo cinque anni in cui le ragazze sono state escluse dal sistema scolastico, anche se alcune hanno frequentato scuole all”estero oppure i corsi clandestini in case private, prima della riapertura delle scuole si sono svolti i corsi di recupero durati due mesi e terminati due settimane fa. Il 6 marzo inizieranno gli esami per stabilire a quale corso devono essere ammesse.Malaly, 28 anni, insegnante di inglese, era qui prima dell”arrivo dei taleban e poi ha insegnato clandestinamente. E” raggiante per la ripresa dell”insegnamento, ma il burqa per ora non lo abbandona. Dentro la scuola è un”altra cosa. Tutte le insegnanti che incontriamo sono eccitate. La più indaffarata è Shaqila, 30 anni, assistente della direttrice della scuola. Immersa nelle iscrizioni e nei moduli per gli esami, ci assicura che non ci saranno difficoltà. Insegnante di storia già ai tempi di Najibullah quando le classi erano ancora miste, è arrivata alla Mariam nel 1992 quando i mujahidin hanno imposto la separazione dei sessi. Dopo il 1996 è rimasta a casa. Ora è contenta: “l”autonomia economica è importante, ho preso il primo stipendio dopo 5 anni, anche se 35 dollari non bastano”, ma non si nasconde che è solo del primo passo per affermare i diritti delle donne, “occorrerà ancora lottare e molto”.Intanto fervono i preparativi per l”8 marzo che quest”anno sarà celebrato finalmente anche a Kabul. Soraya Parlika è introvabile fino alla sera, la sua associazione, l”Unione delle donne afghane – la prima ad indire una manifestazione contro il burqa e per il lavoro e l”educazione all”indomani della fuga dei taleban – ha anticipato la celebrazione al 6 marzo (perché l”8 marzo sarà il ministero della condizione della donna ad ospitare un”altra kermesse) con una grande conferenza alla quale parteciperanno un migliaio di donne (comprese le due ministre) e anche qualche uomo, come il presidente della Commissione di preparazione della Loya jirga (l”assemblea nazionale che dovrà decidere sul futuro assetto dell”Afghanistan). Soraya è infatti una delle tre donne (su 21 membri) presenti nella Commissione e si batte per un”ampia presenza femminile nell”assemblea che si aprirà in giugno. Qualcosa sta cambiando? “Alcuni cambiamenti ci sono stati: le donne possono lavorare, andare a scuola, si possono riunire e noi possiamo indire conferenze, ma non ci sono state trasformazioni profonde nella loro vita, soprattutto non ci sono cambiamenti dal punto di vista economico e senza questo non può esserci nessun miglioramento”. E comunque le donne continuano a portare il burqa. “Sì, l”abbandono è lento, intanto perché a causa della grande miseria non hanno i mezzi per vestirsi e quindi finché fa freddo lo porteranno. Poi non si sentono ancora abbastanza sicure, non hanno lavoro, quando cambieranno le loro condizioni di vita butteranno via il burqa”. Per ora l”Unione delle donne afghane non ha ancora una sede, un telefono, fax, computer, si lamenta Soraya, ma il 6 marzo uscirà il primo numero del loro giornale, La voce delle donne afghane, anche grazie a un finanziamento (insufficiente) dell”Unesco, ed è già un successo.’
Le donne di Kabul si rimettono al lavoro
Affollano il ministero per la condizione femminile, fanno domanda per i posti nell''amministrazione, si iscrivono in massa a scuola. Ansiose di cancellare cinque anni di buio imposto dai taleban'
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3 Marzo 2002 - 11.52
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