Dieci anni dopo. La mia guerra dentro

Il mio sequestro, l''incontro con Calipari. Il mio rapporto con il Manifesto. Quello che finora non avevo raccontato.'

Dieci anni dopo. La mia guerra dentro
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4 Marzo 2015 - 08.13


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«Giuliana, Giuliana, sono Nicola amico di Pier e di Gabriele…. »

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«Gabriele chi?» «Il direttore del tuo giornale», Calipari mi risponde, sorpreso, lo intuisco dalla voce perché non lo vedo.

Già, per tutto il mese del mio rapimento avevo rimosso il Manifesto dai miei pensieri. Unica eccezione per Valentino (Parlato). A lui pensavo spesso, come la persona che avrebbe sicuramente potuto aiutarmi, oltre a Pier.

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A parte Valentino, avevo cancellato i compagni di lavoro dai miei pensieri. Mi concentravo sulle persone che mi volevano bene e che immaginavo stessero soffrendo molto: i mei genitori, Pier, Sofia, la mia nipotina. Con grandi sensi di colpa.

Avevo invece preferito dimenticare il giornale, perché negli ultimi giorni, prima del mio rapimento, i rapporti, per usare un eufemismo, non erano stati idilliaci. Ero riuscita a tornare in Iraq solo per la mia testardaggine: avevo vissuto a Baghdad la guerra, nel 2003, ero ritornata altre volte e volevo vedere cosa succedeva con le prime elezioni. Per la direzione del Manifesto, che nel frattempo era cambiata passando da Barenghi a Polo e Ciotta, invece questa volta toccava a Stefano (Chiarini, che purtroppo non c’è più) che a Baghdad aveva vissuto la prima guerra del Golfo (unico giornalista italiano presente) e voleva tornarci, dopo una malattia che l’aveva tenuto lontano. Penso che entrambi avessimo buone ragioni, difese con la nostra abituale determinazione. Ricordo ancora quella riunione in cui entrambi le abbiamo dovute difendere davanti alla direzione del giornale. Il tentativo di farci (farmi) cedere era fallito e allora la decisione era stata pilatesca. Saremmo partiti entrambi: prima Stefano per seguire la campagna elettorale e poi io per le conseguenze del voto. Sono riuscita a partire qualche giorno prima perché poi avrebbero chiuso lo spazio aereo. E sono arrivata appena in tempo, perché il primo tentativo di atterraggio era fallito: l’aereo, arrivato sopra Baghdad aveva dovuto fare dietro front e tornare ad Amman a causa dei combattimenti in corso nell’area dell’aeroporto. Il giorno seguente, manco a dirlo, il volo era preso d’assalto, era l’ultimo prima della chiusura dello spazio aereo. Ma ce l’ho fatta.

A Baghdad diversi colleghi erano attesi da una scorta dell’ambasciata, mi sono aggregata anch’io. La Rai era riunita tutta in un albergo di Karrada, ma la maggioranza di noi si è diretta al Palestine; il mitico Rashid (noto per aver ospitato per anni i giornalisti), all’interno della zona verde, era ormai occupato dalle forze internazionali. Altra sorpresa: i prezzi del Palestine erano lievitati senza nessun motivo visto che nulla era stato ristrutturato e i servizi lasciavano molto a desiderare, ma le elezioni erano diventate un business. Per le mie limitate risorse ho deciso di dividere la stanza con una collega.

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Dovevo comunque mettere al sicuro il mio gruzzoletto, visto che in Iraq circolavano solo contanti, ma tutte le cassette di sicurezza erano occupate. Uno degli inservienti mi viene in soccorso: «ti cedo la mia, l’avevo già prestata anche a Baldoni!» Un tuffo al cuore, al ricordo della sua terribile fine, ma non avevo scelta.

Chiamo Stefano per avvisarlo del mio arrivo, sta in un altro albergo, non ci incontreremo. Lui si occupa dei sunniti che sostengono il boicottaggio del voto, io decido di occuparmi degli sciiti. Ho buone fonti a Sadr city tra i seguaci di Muqtada al Sadr, il leader sciita radicale. Il religioso sostiene che non voterà sotto occupazione, ma l’indicazione per i suoi sostenitori è invece quella di recarsi alle urne. Del resto Muqtada ha piazzato i suoi candidati in diverse liste religiose sciite. Soddisfatta della scoperta la comunico al giornale, ma per scrivere questo pezzo dovrò aspettare: «la precedenza è per il servizio in uscita», mi dicono usando un linguaggio che non avevo mai sentito al Manifesto. Protesto con mail ai direttori, che naturalmente non mi rispondono. Me la prendo con il caporedattore, l’unico a chiamarmi. Alla fine il pezzo sugli sciiti che voteranno viene pubblicato alla vigilia delle elezioni. In tempo perché il caposervizio esteri il giorno dopo il voto mi telefoni per dirmi: «Ci abbiamo preso!». Non credevo alle mie orecchie: «Ci abbiamo preso? Ma se non volevate pubblicare i miei pezzi sugli sciiti!» Purtroppo le comunicazioni tra Baghdad e Roma oltre che costose erano anche difficili, e la rabbia me la sono dovuta smaltire da sola.

Stefano era in partenza, proprio quella mattina del 4 febbraio, quando stavo recandomi all’università dove intorno alla moschea si erano accampati i profughi di Falluja. A indicarmi il luogo era stato un collega fotografo italiano che lavorava per gli americani e che
ritrovo in compagnia dello sheikh che controllava la moschea e i profughi. Era venerdì, giorno di preghiera. Avevo dovuto aspettare la fine del sermone per parlare con lo sceicco, non potevo andarmene senza ringraziarlo, anche se si stava facendo tardi. Intanto il fotografo se n’era andato dicendomi che, se mi servivano, mi avrebbe dato delle foto per il Manifesto. Durante il sequestro avevo pensato a lui e al senso di colpa che doveva provare per avermi indicato quel posto. Forse all’inizio era stato così, ma dopo alcune mie dichiarazioni sulle difficoltà di fare giornalismo in Iraq e di critica ai giornalisti «embedded», mi aveva insultata «perché un piccolo incidente sul lavoro» non può impedire di lavorare. Un piccolo incidente?! La morte di un uomo come Calipari cosa era? Forse un danno collaterale…

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Per tutto il viaggio, fino alla sparatoria, Calipari non mi ha più parlato del Manifesto ma di altri amici comuni, questi rapporti e il modo in cui me ne parlava mi avevano fatto capire perché mi aveva subito ispirato fiducia. Era uno come noi, che ora potevo anche vedere dopo essermi liberata del cotone sugli occhi.

Poi la tragedia.

Arrivata a Roma molte altre sorprese: non avrei mai potuto immaginare quello che era stato fatto per me dai compagni del giornale, da Gabriele ma anche da tutti gli altri della redazione, da amici e conoscenti e tanta gente comune. Per mesi avrei incontrato persone che mi dicevano semplicemente: «io c’ero». Il riferimento era alla manifestazione del 19 febbraio del 2005, con centinaia di migliaia di persone. Avrei visto anche moltissime fotografie della manifestazione, arrabbiandomi quando vedevo compagni e amici sorridenti, forse per la gioia di ritrovarsi o per la speranza del mio ritorno. Ma io pensavo sempre alla mia prigionia. Un compagno che aveva lavorato al Manifesto mi ha mandato le cassette con le registrazione di tg e trasmissioni che avevano parlato di me. Le ho guardate tutte, ho visto spesso anche riprese fatte in redazione, ho potuto realizzare – e forse nemmeno completamente – tutto l’impegno, il lavoro fatto per ottenere la mia liberazione.

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È stato veramente commovente: come ho già detto gli ultimi mesi al giornale non erano stati idilliaci, il cambio di direzione aveva portato a lacerazioni e divisioni politiche e personali. Io stessa mi ero trovata dalla parte perdente, e se non fosse stato per il direttore di prima, forse in Iraq non mi avrebbero mai mandata. Lo scontro sull’analisi del fondamentalismo islamico era uno dei temi che divideva la redazione e mi era costato molto difendere le mie posizioni, che erano quelle delle mie amiche musulmane ma laiche, soprattutto le algerine. Adesso tutti condannano il terrorismo islamico, ma allora, soprattutto prima del 2001, gran parte della sinistra riteneva che i fondamentalisti fossero come i “compagni che sbagliano”, nemici dei nostri nemici, combattenti che reagivano alle prepotenze, alle guerre americane, alla globalizzazione capitalista, sottovalutando drammaticamente la natura fascisteggiante e opprimente (soprattutto verso le donne)di quella ideologia, della guerra santa in nome di dio.

Il mio rapimento invece aveva riunificato la redazione, me l’hanno raccontato in molti, l’impegno quotidiano senza sosta dentro e fuori le stanze di via Tomacelli aveva rimotivato tutti.

Non solo il Manifesto, ma anche tutti i colleghi avevano solidarizzato. Ho letto i giornali di quel mese e ho scoperto, come sempre succede in questi casi, che molti di loro dicevano di conoscermi di avere condiviso con me opinioni, etc. Fino al mio ritorno. Naturalmente c’erano anche quelli che erano contrari al pagamento del riscatto e non era solo una diversità di opinioni. Ma la solidarietà è stata grande fino al mio ritorno.

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Il vero problema è che io sono tornata viva, ma con la vita distrutta e con le stesse idee e posizioni con le quali ero partita. Questo è stato apprezzato da molti ma da altri non è stato accettato. E ho scoperto cosa vuol dire passare dall’altra parte della barricata: diventare una notizia. Un’esperienza molto dura, soprattutto per i miei genitori che si sono visti la casa invasa da giornalisti, spesso senza scrupoli.

Sono passati dieci anni e nel frattempo le ripetute crisi del Manifesto sono precipitate e hanno portato a una liquidazione coatta del giornale. La liquidazione ha fatto esplodere tutti i problemi, le contraddizioni e anche i rancori personali presenti nella redazione. Le differenze politiche hanno sempre convissuto nel giornale, ma in questo caso l’uscita di fondatori e redattori storici non è stata preceduta da una battaglia politica che avrebbe potuto arricchire il giornale, ma da contrapposizioni personali insanabili anche se ammantate spesso di demagogia. Certo, affrontare una liquidazione – soluzione proposta come salvifica dal Consiglio di amministrazione – non può mai essere una scelta indolore. Comunque i giornalisti rimasti, tra i quali anche diverse firme storiche – tra cui gli attuali direttori Norma Rangeri e Tommaso Di Francesco – oltre a tutti i collaboratori, non si sono arresi e costituendo una nuova cooperativa hanno continuato la pubblicazione del manifesto (che non ha cambiato pelle o ragione sociale come dice qualcuno), con meno forze ma grande determinazione.

Sono passati dieci anni da quando per me è cominciata una nuova vita, vissuta alla giornata, senza più grandi entusiasmi, senza progetti, ma apprezzando, forse più di prima, quello che la vita mi riserva ogni giorno. È cambiata la mia scala dei valori, i miei affetti (compresi quelli degli amici) sono stati e sono il sostegno principale.

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Ma la morte di Calipari mi ha segnato per sempre e non solo per la piccola cicatrice che mi ha lasciato sul petto il proiettile che gli aveva tolto la vita. Ogni anno aspetto con terrore il mese si febbraio, fino al 4 marzo, che non ho mai vissuto come la data della mia liberazione, ma come quella della morte di chi mi ha salvato la vita due volte. Non ho mai potuto essere felice per la libertà riconquistata, ma mai come quest’anno ho sentito il peso di essere uscita viva dall’inferno provocato dalle raffiche di mitragliatrice sparate dal soldato americano Mario Lozano contro la Toyota su cui viaggiavamo. È quella che i medici chiamano «sindrome del sopravvissuto». E non solo perché ogni giorno ricevo insulti, minacce per essere stata la causa della morte di Nicola Calipari. Per questo spesso la Digos è presente alle mie iniziative.
Paradossalmente dieci anni fa avevo maggiori capacità di reazione e Rosa Calipari mi ha aiutata molto ad affrontare la situazione.
Ora sento raccontare la mia storia, come se non fosse più la mia, come se nemmeno quella mi appartenesse più. La sento scivolare tra le mani senza poterla trattenere.

La giustizia e lo stato italiano hanno rinunciato a indagare sulle responsabilità della morte del numero due dei servizi segreti italiani, responsabile della sicurezza del nostro paese e anche la politica e le istituzioni sembrano avere rimosso l’immagine di un uomo che era stato celebrato come un eroe, quando era arrivato in una bara nel 2005. Certo, le contrapposizioni presenti nel Sismi, tra l’ala filoamericana e quella dei «calipariani» fautori di una linea italiana alla liberazione degli ostaggi, avevano reso più difficile il compito di Nicola e della sua squadra. Il caso abu Omar ha reso evidente che dopo la morte di Calipari è prevalsa la linea della forza contro quella della trattativa.

E dopo la chiusura del caso Calipari con la sentenza della Corte di Cassazione (giugno 2008) che non riconosceva la giurisdizione italiana (e mi ha condannata a pagare le spese processuali), l’Italia ha gettato la spugna.

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Da parte mia resta l’impegno a ricordare Nicola e a farlo conoscere ai giovani soprattutto seguendo le rappresentazioni dello spettacolo «Il viaggio di Calipari» di Fabrizio Coniglio e Alessia Giuliani. Uno spettacolo rigoroso su quello che è successo dieci anni fa. Lo spettacolo ha un impatto emotivo molto efficace per suscitare l’interesse e gli interrogativi che quella storia ha lasciato senza risposte. È un impegno per mantenere viva una pagina della nostra storia in un paese che sta perdendo la memoria.

4 marzo 2015
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