Il futuro nella Rivoluzione d'ottobre

Intervista a Hanaa Edwar, femminista, presidente dell'associazione Amal, da cinquant'anni impegnata nella lotta per la democrazia.

Baghdad, manifestazione

Baghdad, manifestazione

Giuliana Sgrena 24 gennaio 2021

Hanaa Edwar è ottimista, finalmente vede un futuro per l’Iraq, gli artefici sono i giovani – in gran parte donne – che dal 1 ottobre 2019 hanno dato vita a quel movimento che ha assunto i connotati di una rivoluzione, la Rivoluzione d’ottobre! Hanaa comincia a vedere i frutti di un lavoro che l’ha vista militare per cinquant’anni a favore dei diritti delle donne, della pace e della democrazia. L’opposizione alla dittatura di Saddam, dopo essere fuggita dal carcere nel 1963, l’aveva portata prima a Berlino, poi in Libano, in Kurdistan e in Siria. Co-fondatrice e presidente dell’Associazione Amal (Speranza), una Ong fondata del 1992, è anche tra le promotrici dell’Iraqi Women Network, che comprende più di 90 organizzazioni di donne. Numerosi i riconoscimenti ottenuti anche a livello internazionale, per la sua lotta contro l’Isis è stata invitata dal Comitato antiterrorismo dell’Onu come relatrice al briefing sul «Ruolo delle donne nella lotta al terrorismo e all’estremismo violento» e nel 2013 è stata insignita del premio di donna araba dell’anno.

L’ultima volta che l’avevo incontrata era stato a Baghdad durante la campagna elettorale del 2005, Hanaa Edwar era l’unica donna capolista, candidata nella lista Watani promossa ,da Amal.

Girava per le strade di Baghdad senza nessuna protezione per parlare con la gente e spiegare gli obiettivi della sua lista. La situazione era molto tesa e «per le donne oltre alla parità chiediamo protezione contro ogni violenza e discriminazione», diceva.

Parla con entusiasmo del movimento che sta scuotendo l’Iraq: «Noi per decenni abbiamo combattuto i simboli religiosi, le tradizioni conservatrici e la nuova generazione attraverso le nuove tecnologie e i social media ha sviluppato una presa di coscienza sui diritti umani, la dignità e la responsabilità verso il proprio paese. Gli slogan chiave sono: voglio conquistare i miei diritti, la dignità e la prosperità in un paese libero. Sentire questi giovani dire che hanno bisogno del loro paese per noi, della vecchia generazione, è molto emozionante. Un paese libero dalla confisca delle forze esterne, dalla corruzione e dai militari. Non solo. La repressione da parte delle forze di sicurezza e delle milizie non hanno interrotto le manifestazioni, al contrario hanno infiammato la protesta contro il sistema politico. Il 25 ottobre (2019) a piazza Tahrir a Baghdad c’era un milione di manifestanti. È stato uno shock per i politici vedere che questi giovani non arretravano di fronte ai gas lacrimogeni, ai proiettili, prendevano i lacrimogeni e li buttavano nel fiume (piazza Tahrir è vicino al Tigri».

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Chi sono i protagonisti di questa protesta?

«I manifestanti, secondo una ricerca, sono giovani tra i 18 e i 36-40 anni, con medio livello di istruzione, molti sono universitari. La cosa incredibile è che la mobilitazione non è solo a Baghdad, ma anche nelle province del sud dove vigono ancora tradizioni tribali, religiose molto conservatrici. Questo mi fa essere ottimista».

E ovviamente per la grande partecipazione delle donne

«Le donne hanno avuto grande visibilità e contro chi non accettava la loro presenza nelle manifestazioni (come il leader sciita radicale Muqtada al Sadr) il 13 febbraio migliaia e migliaia di donne sono scese in piazza in diverse città dell’Iraq, comprese le città sante per gli sciiti, Najaf e Kerbala. Impressionante, per la prima volta nella storia dell’Iraq tante giovani nelle piazze hanno urlato slogan per il cambiamento, la partecipazione politica e la condanna della violenza contro le donne. Importante da sottolineare anche il fatto che nelle manifestazioni non c’è stata nessuna molestia nessun abuso nei confronti delle donne, contrariamente a quanto accaduto in Egitto, durante l’occupazione di piazza Tahrir. Mi sono unita a loro e ho discusso con loro: pensano che si debbano affrontare contemporaneamente tutti i problemi della nostra società: corruzione, disoccupazione, sovranità, dignità ma anche le molestie sessuali, la violenza contro le donne, compresa quella domestica. Affrontano problemi politici, economici, sociali del paese non solo con rivendicazioni ma anche con proposte, mettendosi in gioco. Questi giovani sono pronti a entrare in politica e potrebbero essere l’elemento di “pulizia” della politica per eliminare tutti i politici corrotti e costruire un Iraq libero con una nuova visione politica, economica e sociale. È questa profonda presa di coscienza che fa del movimento una rivoluzione e non si fermerà».

Per mantenere la protesta occorre ottenere dei risultati.

«Sono riusciti a far dimettere l’ex premier Adel Abdul Mehdi, e a respingere le candidature a capo del governo di due politici designati (Muhammed Allawi e Adnan al Zurufi), mentre Mustafa al Khadimi, in carica da maggio, ha accolto nel suo programma di governo alcune richieste del movimento, in particolare quella di assicurare alla giustizia i responsabili degli assassinii, ma per ora non si sono visti i risultati delle indagini del comitato incaricato e permane l’impunità. Al Khadimi, dal 2016 responsabile dell’Iraqi national service (intelligence), ha fatto parte del sistema fin dal 2003 ma ha una formazione laica e non è legato ai partiti islamisti. Per ora resta sotto osservazione del movimento anche se i cambiamenti richiesti richiedono uno stato e una giustizia più forte. Il principale ostacolo resta la corruzione che, per me, è l’altra faccia del terrorismo. Nel 2003 (invasione dell’Iraq e caduta di Saddam) era stato costituito un comitato contro la corruzione, ma dentro lo stesso organismo ci sono corrotti e perseguono solo i pesci piccoli. In 17 anni il sistema politico non ha fatto che produrre crisi senza mai trovare una soluzione e questo lo ha indebolito».

Il movimento di protesta ha pagato un caro prezzo…

«700 manifestanti, attivisti per i diritti umani e giornalisti uccisi e circa 25.000 feriti. Nel solo mese di agosto si sono registrati 11 assassinii, tra di loro anche Riham Yaqub, una trentenne, medico e attivista per i diritti umani, che aveva guidato la protesta a Bassora fin dal 2018 e poi negli anni successivi. Le donne non sono state risparmiate: 7 sono state uccise, molte altre sono state sequestrate, arrestate, torturate

Il nuovo premier non ha molto tempo a disposizione per affrontare le enormi sfide che si trova di fronte

«Infatti, si tratta di un governo di transizione che resterà in carica fino alle elezioni anticipate che si dovrebbero svolgere il prossimo giugno, il premier si è impegnato a mantenere questa scadenza anche se i partiti islamisti sono contrari. Per le elezioni ci sono ancora problemi da risolvere, innanzitutto il completamento della legge elettorale, in particolare sulle circoscrizioni, comunque siccome le candidature saranno individuali (un’altra richiesta del movimento) non saranno i partiti con le loro liste a controllare il voto. Poi bisogna risolvere il problema delle milizie armate che controllano ancora vaste aree del paese, se non si disarmano le milizie non ci saranno elezioni libere e sarà un disastro. Se si ripete la situazione del 2018 quando ha votato solo il 20 per cento degli aventi diritto, perché non si fidano dei politici che sono in stragrande maggioranza corrotti, non ci potrà essere un cambiamento del sistema politico come chiede il movimento di ottobre».

E la situazione economica non è in grado di far fronte a emergenze come il Covid

«La drammatica situazione finanziaria dell’Iraq si è aggravata con l’arrivo del Covid (oltre 10.000 morti nel momento in cui scriviamo) e il crollo del prezzo del petrolio che, per un paese che ricava più del 92 per cento dei propri introiti dall’esportazione del greggio, comporta il venir meno di importanti risorse finanziarie. Dal mese di settembre il governo non è più in grado di pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici che sono passati negli ultimi anni da 1 a 4 milioni, perché i politici hanno continuato a far assumere i propri sostenitori dagli apparati dello stato. E i nostri governi non hanno sviluppato altri settori che avrebbero potuto ridurre la dipendenza dal petrolio, importiamo tutto, dagli alimenti all’elettricità. Il Pil è previsto in diminuzione del 10 per cento e il deficit del bilancio è del 40 per cento. La popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è più del 31 per cento, molti di loro non ottengono aiuti per la casa e per le cure mediche dal governo mentre molti che usufruiscono delle sovvenzioni non ne hanno bisogno.»

Una delle rivendicazioni importanti del movimento è anche il recupero della sovranità dell’Iraq, anche se l’Isis sembra sconfitto.

«Era naturale combattere l’Isis perché era venuto da fuori e utilizzava la religione contro le istituzioni irachene. Abbiamo combattuto contro l’Isis ma non basta, occorre porre fine alle interferenze Usa e iraniane.

Le interferenze degli Stati uniti durano dal 2003. Tra il governo di Baghdad e quello di Washington è stato raggiunto un accordo strategico che definisce le relazioni tra i due paesi. Dopo che il nostro parlamento ha deciso e chiesto agli Usa il ritiro delle truppe il loro numero è sceso a 3mila. Dopo i continui attacchi all’ambasciata americana lo staff diplomatico è stato trasferito temporaneamente a Erbil (Kurdistan). A rischio non è solo l’ambasciata americana e questo ha minato la reputazione del governo iracheno.

L’Iran sta esercitando un ruolo egemonico in Iraq attraverso i partiti sciiti, che hanno un ruolo dominante negli apparati dello stato, e le Unità di mobilitazione popolare, con la presenza di molti filoiraniani, oltre alle varie forme di cooperazione economica, politica, militare e di sicurezza a livello governativo. In Iraq circolano manifesti iraniani, compresi quelli di Khomeini o dei martiri iraniani come Qassem Soleimani e si sentono discorsi che condizionano la società civile e la sovranità irachena. Molti dei grandi progetti iracheni vengono appaltati a imprese iraniane. Dall’Iran noi importiamo tutto: elettricità, gas, alimenti. L’Iraq è un enorme mercato per l’Iran e sopperisce così ai danni provocati dalle sanzioni Usa. L’interscambio Iran-Iraq ammonta a 20 miliardi di dollari.

Un’altra pesante violazione flagrante dei confini iracheni è quella turca. La Turchia ha bombardato a più riprese il nord con il pretesto di dare la caccia al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Un recente (9 ottobre) accordo tra il governo federale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, d’intesa con l’Unami (missione Onu per l’Iraq), per la formazione di un’amministrazione locale del Sinjar, prevede l’allontanamento di tutte le forze straniere, tra le quali il Pkk. Ma L’ingerenza della Turchia non riguarda solo il Pkk, ma anche la sovranità su Mosul. Erdogan infatti rimette in discussione il trattato di Losanna del 1923, che affidava le sorti della città alla Società delle nazioni, sostenendo che Mosul è parte della Turchia.

Problemi di confini, in questo caso marittimi, anche con il Kuwait approfittando della debolezza dell’Iraq sta allargando i propri confini costruendo una piattaforma di fronte al porto di Mubarak al Kebir per limitare l’attività del porto iracheno di Umm Qasr. L’Iran e la Turchia usano anche l’acqua per fare pressioni sull’Iraq. Nel 2018 a Bassora migliaia di persone sono state intossicate dall’inquinamento dell’acqua, provocato dall’Iran che non depura le acque reflue».

Oltre all’ottimismo per la Rivoluzione di ottobre ci sarà anche dell’orgoglio per il lavoro fatto negli scorsi decenni, le rivolte, anche se impreviste, non nascono dal nulla.

«Sono molto orgogliosa del lavoro che abbiamo fatto con la società civile per diffondere la cultura dei diritti umani, della pace e della libertà di espressione. Alcuni dei nostri colleghi sono stati assassinati, altri sono stati costretti a lasciare il paese. A luglio è stato assassinato Hisham al Hashimi, storico e politologo, molto apprezzato per le sue analisi sulla sicurezza, l’Isis e le milizie sciite. È una grave perdita per la società civile. Abbiamo pagato ma alla fine la nuova generazione ha acquisito la coscienza dei propri diritti, l’amore per la patria, si sentono responsabili del futuro e hanno la percezione della loro forza nell’unire il popolo e chiedere il cambiamento. Non è facile, ci vorranno altri sacrifici, ma la porta è aperta».