La Rivoluzione del sorriso ai tempi della pandemia

L'attivista algerina Cherifa Kheddar spiega le rivendicazioni dell'hirak in questa fase: liberazione dei prigionieri politici e l'abrogazione delle leggi liberticide contro le associazioni, la stampa e i partiti.

Algeria

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Giuliana Sgrena 26 gennaio 2021

La Rivoluzione del sorriso, come è stata definita la rivolta algerina, è iniziata il 22 febbraio 2019. Non che le rivolte arabe del 2011 avessero lasciato gli algerini indifferenti, alcune manifestazioni erano state convocate ma la partecipazione era stata ostacolata non solo dalle ingenti forze di sicurezza messe in campo dal regime ma anche dai timori della popolazione, ancora traumatizzata dal decennio nero, che si potesse tornare ai massacri degli anni ’90. A scendere in campo nel 2019 per primi sono stati i giovani, quelli che non avevano conosciuto altri che il presidente Bouteflika, alla presidenza da vent’anni, che, nonostante le sue condizioni di salute degenerate dopo un ictus, intendeva ricandidarsi per un quinto mandato. Sono stati i giovani con il loro slancio, la loro determinazione e soprattutto l’impronta non violenta a convincere gli algerini, milioni, a scendere nelle piazze e manifestare ogni venerdì e ogni martedì (gli studenti), per oltre un anno, per ottenere un cambiamento del sistema e instaurare uno stato diritto e non militare. Erano ormai lontani i tempi in cui, nel 1992, gli algerini in piazza contro gli islamisti si affidavano all’intervento dell’Esercito di liberazione nazionale. Il mito dell’esercito che aveva liberato l’Algeria dalla colonizzazione francese ha lasciato il posto alla realtà del suo ruolo repressivo e alla necessità di confinare i militari nelle caserme. Il movimento non accetta compromessi: il percorso per la democratizzazione del paese passa attraverso la rottura con il sistema di potere. A fermare le mobilitazioni di piazza è stato l’arrivo della pandemia che ha posto i protagonisti dell’hirak di fronte al dilemma: continuare le manifestazioni rischiando il contagio o evitare il rischio accettando responsabilmente una pausa.


 


In questi mesi di Covid è emerso il limite di un movimento che non ha e non vuole avere rappresentanti politici.


«L’hirak continua sotto altre forme, senza dare una rappresentazione della piazza, è vero che senza una strutturazione abbiamo più da perdere che da guadagnare, ma è lontana da noi l’idea di fare una organizzazione, sarebbe come tradire l’hirak e le sue parole d’ordine», sostiene Cherifa Kheddar del Collettivo degli amici del Manifesto per una nuova Algeria (Caman).


Ma se l’hirak non si può strutturare è possibile organizzarsi all’interno dell’hirak, ed è quello che sta cercando di fare Caman che ha lanciato un appello – rivolto a cittadini, associazioni, collettivi, sindacati e personalità – per formare un coordinamento per l’organizzazione di un Congresso della cittadinanza per «darsi uno strumento per l’esercizio dei nostri diritti di cittadini».


 


Una sfida che deve fare i conti con la situazione che si è creata in Algeria con il Covid – che ha colpito anche il presidente Tebboune, rimasto assente dal paese per due mesi e che forse dovrà di nuovo recarsi in Germania per le cure provocando un’impasse politica – e la difficile situazione economica.


«L’atteggiamento del presidente Tebboune ha semplicemente confermato le regole: la nomenclatura si cura all’estero e sul piano interno si verifica il fallimento del sistema sanitario. Questo ci porta a constatare che nulla è cambiato dopo oltre un anno di mobilitazioni popolari, e che anche durante una pandemia mondiale le pratiche mafiose continuano ad essere all’ordine del giorno. Sul piano della sanità il Covid 19 ha duramente colpito i militanti: alcuni sono morti, altri hanno perso genitori o parenti prossimi, altri ancora sono indeboliti dalle conseguenze della malattia. Tuttavia non è solo la pandemia ad avere colpito l’hirak, a questa si è aggiunta la repressione del regime: intimidazioni, attacchi alla libertà di espressione, privazione delle libertà individuali e collettive passando per gli arresti effettuati dai servizi di sicurezza, fino alle condanne pronunciate dai magistrati agli ordini di un’istituzione giudiziaria sottomessa al potere. Alcuni militanti hanno ottenuto la libertà dopo aver scontato la loro condanna in carcere e aver pagato pesanti ammende, altri beneficiano della libertà provvisoria in attesa del processo, infine alcuni lasciano il paese per sfuggire alla repressione. E poi vi è la difficile situazione economica dovuta al crollo del prezzo del petrolio e alla mancanza di una diversificazione dell’economia».», sostiene Cherifa Kheddar.  


 


Il regime ha cercato di decapitare il movimento, come hai spiegato, ma è riuscito a indebolire la volontà di cambiare il sistema?


La volontà di cambiare il sistema è sempre e ancora la rivendicazione del movimento. Gli hirakisti hanno sospeso le manifestazioni di massa, dopo aver valutato i pro e i contro, analizzando i vantaggi e gli inconvenienti. Si è trattato quindi di una decisione presa dopo una seria riflessione. La priorità era di evitare un’ecatombe che avrebbe potuto prodursi con la continuazione della mobilitazione, conoscendo le carenze del sistema sanitario, e comunque, anche se fosse stato più efficiente, la pandemia è mondiale e il Covid19 non è controllabile.


Comunque l’hirak continua sotto altre forme. Il nostro impegno, in questo momento, è innanzitutto la liberazione dei prigionieri politici, il ristabilimento delle libertà democratiche – sancite anche dagli accordi internazionali –, l’abrogazione delle leggi liberticide per le associazioni e i partiti e l’eliminazione del ricatto pubblico sui media».