La rivoluzione del sorriso un anno dopo

L'hirak pacifico e determinato nel 53.mo venerdì di protesta sfida il regime, una marea umana invade le piazze per rivendicare uno stato democratico

La rivoluzione del sorriso un anno dopo
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Giuliana Sgrena Modifica articolo

22 Febbraio 2020 - 12.22


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Il 22 febbraio è stato proclamato festa nazionale dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune. Il 22 febbraio è l’anniversario dell’inizio della rivoluzione popolare (hirak) che in un anno ha portato in piazza ogni martedì gli studenti e il venerdì milioni di persone in tutti gli angoli del paese.

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Non si tratta però di un riconoscimento delle rivendicazioni del movimento definito da Amar Belhimer, portavoce del governo, «benedetto, salutare, opportuno e legittimo», bensì della dimostrazione della schizofrenia del regime.

La motivazione per la festa è «giornata nazionale della fraternità tra il popolo e il suo esercito per la democrazia» mentre una delle parole d’ordine più urlate nelle piazze è stata: «Stato civile non militare». Non siamo più nel 1991 quando, dopo la vittoria degli islamisti al primo turno delle legislative, gli algerini invocavano l’intervento dell’esercito per evitare che l’Algeria diventasse un nuovo Afghanistan. Poi, il trauma provocato dal decennio nero (gli anni ’90) ha condannato una generazione alla paralisi per il timore di tornare agli spargimenti di sangue.

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La generazione che ha lanciato l’hirak, un anno fa, non ha vissuto gli anni ’90 e ha conosciuto solo Bouteflika (presidente dal 1999 al 2019) che, finché il prezzo del petrolio l’ha permesso, ha mantenuto la «stabilità» elargendo prebende ai giovani.

A scatenare la rivolta è stata la pretesa di ricandidare Bouteflika – costretto su una sedia a rotelle da un’ischemia – per un quinto mandato presidenziale. A Kherrata, cittadina della Kabiliya, il 16 febbraio, era stata una gigantografia di Bouteflika affissa sulla facciata del comune per avviare la campagna elettorale, a cui il presidente partecipava solo in foto, a provocare la sollevazione.

Sei giorni dopo il virus della rivoluzione si era già diffuso in tutto il paese, era bastato cambiare le parole alle canzoni da stadio e i tifosi avevano dato prova di una coscienza politica e capacità di mobilitazione mai vista. Gli stadi e i social hanno convocato le prime manifestazioni: il venerdì dopo la preghiera di mezzogiorno. Il riferimento alla preghiera aveva fatto temere una manipolazione islamista ma non è stato così: in un anno intero di manifestazioni non si è mai sentito uno slogan religioso.

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Superate le prime diffidenze, in piazza è sceso il popolo algerino, senza eccezioni: giovani, anziani, uomini e donne velate e con i capelli al vento. Le donne hanno superato le prime schermaglie di chi le voleva a casa e non in piazza e hanno affermato la propria presenza con la visibilità in prima fila di fronte alle forze dell’ordine.

Hanno affermato il principio della parità di genere, entrata a pieno titolo nelle rivendicazioni della piattaforma del Pad (Patto dell’alternativa democratica, di cui fanno parte partiti e organizzazioni che si riconoscono nell’hirak), con altri principi fondamentali per la costruzione di uno «stato civile, democratico e sociale».

L’hirak in un anno ha dimostrato la sua determinazione, nonostante i tentativi del regime di cooptare i personaggi più sensibili alle lusinghe del potere e la capacità di evitare le provocazioni per mantenere il carattere pacifico (silmiya) delle manifestazioni.

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Il miracolo nel miracolo è stata proprio la tolleranza dimostrata dagli algerini in piazza. Oltre alla durata della mobilitazione. Il rischio della stanchezza e dell’usura sono stati finora scongiurati con le vittorie, piccole ma significative, come il ritiro di Bouteflika, l’annullamento e poi il rinvio delle elezioni.

Pur non avendo assistito, come in passato, a una repressione pesante e sistematica della protesta – anche se è stata blindata Algeri per impedire l’afflusso dei manifestanti – si è fatto ricorso all’arma della giustizia. Una giustizia sommaria che ha colpito militanti dell’hirak, personaggi vicini a Bouteflika o dell’opposizione.

Il tentativo di rifarsi una immagine con accuse più o meno fondate non ha prodotto i risultati sperati. Così il nuovo presidente – eletto il 12 dicembre con il 58,15% dei voti – non risparmia critiche pesanti a chi l’ha preceduto e per uscire dal campo di «mine e rovine» annuncia un’azione per «una nuova repubblica nata dalle aspirazioni popolari».

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Ma «la marcia del popolo algerino per recuperare la propria storia, dignità e libertà non si accontenta delle mezze misure che servono a creare confusione» sostiene il Collettivo degli amici del manifesto della nuova Algeria (Caman).

Il movimento non crede più alle promesse non suffragate dai fatti e si pone il problema di come continuare: la Conferenza nazionale degli attivisti dell’hirak prevista per il 20 febbraio non è stata autorizzata, ma è solo rinviata.

All’ordine del giorno la creazione di un contropotere che dopo un periodo di transizione porti all’elezione di un’assemblea costituente sovrana. La rivoluzione ha tempi lunghi ma gli algerini non arretrano e l’hanno dimostrato ieri con il 53.mo venerdì di mobilitazione.

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il manifesto 22 febbraio 2020

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