La morte dell'uomo forte non ferma la rivoluzione

Quarantacinquesimo venerdì di protesta nelle piazze di tutta l'Algeria. La morte del capo di stato maggiore Gaid Salah e l'elezione del presidente Tebboune non cambiano il potere.

Algeri, manifestazione per uno stato democratico

Algeri, manifestazione per uno stato democratico

Giuliana Sgrena 28 dicembre 2019




Gli eventi che hanno segnato l’Algeria nelle ultime settimane – la discutibile elezione del presidente Adelmadjid Tebboune e la morte improvvisa del capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah – non hanno minimamente intaccato la determinazione dell’Hirak algerino.


Anche ieri, come ogni venerdì da 45 settimane, fiumi di persone hanno invaso le piazze per chiedere un cambiamento del sistema al potere, per affermare «Dawla madania, machi askaria» (Stato civile e non militare), lo slogan più gridato in tutte le manifestazioni.


Ieri sono stati i ritratti dell’eroe della guerra d’indipendenza Abane Radmane a rivendicare il «primato della politica sul militare». L’occasione era il 61.mo anniversario della morte di colui che è considerato uno degli architetti della rivoluzione algerina, un utopista che voleva costruire un’Algeria libera e moderna, assassinato dai militari a Tétouan in Marocco il 27 dicembre 1957. Idealmente l’Hirak si ricollega alle rivendicazioni della guerra di liberazione rimaste finora disattese.


Ad Algeri e in molte altre città i cortei erano aperti da striscioni con le immagini dei detenuti d’opinione di cui si chiede la liberazione. Proprio nel giorno della morte per arresto cardiaco del capo di stato maggiore Gaid Salah, il 23 dicembre, dal carcere di El Harrach uscivano 13 detenuti dopo aver scontato la pena; erano stati incarcerati il 21 giugno per aver sventolato la bandiera berbera.


Era stato proprio Gaid Salah, con un discorso pronunciato due giorni prima a Béchar, a condannare l’uso di quella bandiera ritenuta divisiva del paese e non simbolo di una componente culturale riconosciuta.


Dopo l’uscita di scena del presidente Abdelaziz Bouteflika, il 2 aprile, l’unico personaggio a occupare la scena politica è stato Gaid Salah. Con il suo linguaggio marziale arringava i suoi seguaci e dopo aver tentato di «addomesticare» l’Hirak, lo aveva declassato «a espressione della volontà di alcune forze che vogliono destabilizzare l’Algeria».


Era stato nominato capo di stato maggiore da Bouteflika nel 2004 e promosso dallo stesso anche a viceministro della difesa nel 2013. In questo ruolo era stato uno dei pilastri del quarto mandato del presidente e si era espresso a favore del quinto, poi annullato dalla volontà del popolo.


Dopo essere stato per 15 anni nelle grazie di Bouteflika e tra i suoi sostenitori più fedeli non poteva che diventare uno dei bersagli privilegiati delle manifestazioni dell’Hirak. E così è stato. La sua uscita di scena improvvisa non ha provocato ripensamenti tra gli oppositori, anche perché il sostituto, nominato con sollecitudine dal neo-presidente Tebboune, Said Chengriha, fa parte dello stesso clan del suo predecessore con cui aveva anche condiviso alcune esperienze militari.


Chengriha è un militare con esperienza sul terreno ma non si è mai espresso politicamente, che cosa farà ora? Assumerà lo stesso linguaggio marziale di Gaid Salah? Non c’è dubbio che sta per muoversi su un terreno minato, lo stesso su cui si trova Tebboune, privato del suo maggiore sostenitore a pochi giorni dall’investitura.


Chengriha, nominato da un presidente senza legittimazione popolare, si troverà a dover affrontare un movimento rivoluzionario senza precedenti in Algeria (a parte ovviamente la guerra di liberazione). Che cosa farà? A Gaid Salah è stato riconosciuto il merito di non aver risposto alle manifestazioni con la forza, anche perché la parola d’ordine dei manifestanti è silmiya (pacifica).


Ha fatto imprigionare e giudicare personaggi importanti dell’era Bouteflika, ma qualcuno sostiene che ha approfittato della situazione per regolare i conti con Said Bouteflika (fratello dell’ex presidente) e con il generale Toufik, che volevano farlo fuori. In carcere però sono finiti anche centinaia di militanti e persone innocenti.


Dopo le elezioni l’esercito potrebbe essere meno tollerante con i manifestanti per garantire al presidente di esercitare le sue funzioni o la venuta meno dell’uomo forte renderà ancora più debole un presidente contestato? È ancora presto per trarre conclusioni affrettate, come dicono gli osservatori algerini, «il sistema» è sempre riuscito a sopravvivere ai suoi uomini e a cambiare pelle senza cambiare anima.

il manifesto 28 dicembre 2019