Vince Tabboune ma l'hirak non lo riconosce

L'elezione del presidente al primo turno, con una partecipazione al voto che segna il minimo storico (40 per cento), non ferma il movimento che contesta «le elezioni truccate»

Algeri, manifestazione contro il presidente eletto

Algeri, manifestazione contro il presidente eletto

Giuliana Sgrena 16 dicembre 2019

L’illusione che l’hirak sarebbe terminato con le elezioni – come avevano sostenuto alcuni esponenti del regime – è stata smentita dalla imponente mobilitazione che ieri, in molte città algerine, ha contestato «le elezioni truccate» e ha nuovamente rivendicato «uno stato civile e non militare». Per il terzo giorno consecutivo – e nonostante un impressionante schieramento delle forze dell’ordine – la «rivoluzione del sorriso» è più viva che mai e già si parla di uno sciopero generale che dovrebbe tenersi il 15 dicembre.


VIRALI DIVENTANO I VIDEO delle manifestazioni di questi giorni diffusi sui social e in particolare uno, di Algeri, con le donne in prima fila – tutte sedute per terra per bloccare l’avanzata dei poliziotti in tenuta antisommossa. È la testimonianza del ruolo delle donne ritenute anche le garanti del carattere pacifico delle manifestazioni.


Secondo i dati ufficiali l’affluenza alle presidenziali del 12 dicembre è stata del 39,93%, il minimo storico mai registrato in Algeria. Qualche dubbio tuttavia è lecito visto che in regioni come la Cabilia la partecipazione al voto si aggira intorno allo zero.


Tra i cinque contendenti ha vinto, al primo turno, Abdelmadjid Tabboune con il 58,15% dei voti. Prefetto, ex ministro e premier per pochi mesi nel 2017, era stato subito allontanato perché aveva osato attaccare alcuni protetti di Said Bouteflika, il potente fratello dell’ex presidente. Tabboune oggi approfitta di quei fatti per dire che ha combattuto la corruzione: «Io ho fatto l’hirak prima dell’hirak», sostiene. Ma dalla piazza gli rispondono: «Non vogliamo un altro Bouteflika». Certo può vantare il fatto di non essere stato il candidato del Fln – che appoggiava Mihoubi, arrivato quarto e considerato la «lepre» nella corsa elettorale -, ma il fatto di avere un figlio implicato in un affare di droga non giova certo alla sua immagine.


GLI ALTRI CANDIDATI seguono a distanza: Belgrina (islamista, ex ministro) con il 17,38%, Benflis (alla terza sconfitta in elezioni presidenziali) con il 10,55, Mihoubi (l’«intellettuale», essendo stato ministro della cultura) 7,26 e Belaid 6,66 (l’unico a non aver ricoperto incarichi ministeriali, ma è stato un vecchio quadro del Fln). I dati ufficiale sono stati diffusi da Mohammed Charfi, presidente dell’Autorità nazionale indipendente per le elezioni, che ha anche affermato che le elezioni si sono svolte regolarmente, anche se c’è stato un morto, tra i sostenitori di Tabboune a el Bayadh.


 


Il nuovo presidente, che ha subito ringraziato il capo di stato maggiore Gaid Salah, il vero regista dell’operazione elettorale, è stato contestato prima ancora di essere eletto, perché il movimento di protesta vuole la fine del sistema e chiede una fase di transizione per l’elezione di un’assemblea costituente. Tabboune ha subito ricevuto le congratulazioni del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ma il primo ambasciatore che ha incontrato è stato quello degli Stati uniti.


IL COMPITO DI TABBOUNE, che ha promesso di ascoltare le richieste del movimento, si presenta tutt’altro che facile per la situazione del paese che versa in una pesante crisi economica e presenta gravi problemi sociali. E dovrà affrontare soprattutto la crisi di fiducia espressa dalla piazza e confermata dal basso tasso di partecipazione al voto.


I rapporti con l’hirak dipenderanno anche dall’atteggiamento delle forze dell’ordine che fino agli ultimi giorni non avevano attaccato i manifestanti. Così non è stato alla vigilia e il giorno delle elezioni.