La pericolosa incognita elettorale

Il 15 settembre i tunisini voteranno per eleggere il presidente. Dopo l'uscita di scena dei «padri della patria» nella campagna elettorale priva di contenuti sono prevalsi il populismo, l'opportunismo e gli interessi personali.

Tunisia, campagna elettorale

Tunisia, campagna elettorale

Giuliana Sgrena 7 settembre 2019

Le elezioni presidenziali che si terranno il 15 settembre in Tunisia, all’insegna dell’incertezza e del disincanto, rappresentano un passaggio estremamente delicato e rischioso.


La Tunisia, che vanta acquisizioni democratiche importanti nel processo rivoluzionario innescato dalla rivolta del 2011, si trova in una fase di transizione segnata da una crisi politica e economica che minacciano, se non risolte, la fragile democrazia e la stabilità del paese.


Il numero dei candidati (26 confermati, di cui due donne, sulle 97 candidature presentate) non sono l’espressione di una maturità politica ma del prevalere di interessi e ambizioni personali che, dopo la morte di Béji Caid Essebsi (il 25 luglio), l’ultimo rappresentante della generazione dei fondatori dello Stato indipendente, hanno trovato campo libero.


Il capovolgimento delle scadenze elettorali (le legislative erano previste prima delle presidenziali) ha scatenato la corsa al potere che in una repubblica parlamentare non avrebbe giustificazioni visti i poteri limitati del presidente.


Tanto che tra i candidati vi è anche l’attuale primo ministro Youssef Chahed, che dopo essere stato nominato da Nidaa Tounes, il partito ormai dissanguato del presidente Essebsi, ha fatto accordi con gli islamisti di Ennahdha. Che però, per la prima volta, presentano un candidato alle presidenziali, probabilmente per affermare una presenza in vista delle legislative del 6 ottobre.


Se le elezioni legislative si fossero svolte prima delle presidenziali avrebbero prefigurato schieramenti politici che sicuramente avrebbero evidenziato la validità di alcune candidature e l’inopportunità di altre. Così non è stato e la breve campagna elettorale è caratterizzata da uno scontro tra clan carico di odio e di disprezzo, lotte intestine che escludono un dibattito su idee e contenuti, dimostrando distacco dalla realtà del paese.


Se nel 2014 la campagna elettorale era stata caratterizzata da una bipolarizzazione sulle questioni della secolarizzazione e dell’identità, che aveva premiato la laicità di Essebsi, ora la partita si gioca tra il premier che cerca di accaparrarsi le spoglie di Nidaa Tounes, pur non essendo l’unico, e Nabil Karoui, magnate delle comunicazioni e dell’audiovisivo. Fondatore della berlusconiana Nessma tv, dal 2015 gira il paese con un’associazione caritatevole Khalil Tounes le cui opere di beneficenza vengono diffuse dalla tv.


Dopo il suo arresto per «riciclaggio di denaro» è la moglie che prosegue la campagna accusando il premier di strumentalizzazione della giustizia. Il «populismo» di Karoui ricorda i mezzi usati dal partito di Ben Ali per mantenere un sistema clientelare, di cui è espressione Abir Moussi, una delle due candidate insieme a Selma Elloumi, fondatrice di Amal.


Sebbene le due candidate abbiano scarse possibilità di successo, la loro presenza nella campagna presidenziale segnala il ruolo delle donne nel paese in cui Bourghiba fin dal 1956 aveva garantito maggiori diritti rispetto agli altri paesi arabi. Sullo sfondo una sinistra divisa e inoffensiva.

il manifesto 7 settembre 2019