Le furbizie del regime: all'opposizione la presidenza del parlamento

Eletto Slimane Chenine, di un piccolo partito islamista. A occupare la terza carica dello stato era quasi sempre stato il Fln.

Algeri, manifestazione contro il regime

Algeri, manifestazione contro il regime

Giuliana Sgrena 16 luglio 2019

Si tratta di un fatto inedito in Algeria. Per la prima volta dal 1962 – escluso il periodo dal 1997 al 2002 in cui il presidente dell’Assemblea nazionale era espressione del Raggruppamento nazionale democratico (Rnd) – a occupare la terza carica dello Stato non sarà un esponente del Fronte nazionale di liberazione (Fln).


Non solo. Per la prima volta a presiedere la Camera bassa sarà un esponente dell’opposizione, Slimane Chenine. L’elezione è avvenuta mercoledì sera dopo una giornata di trattative e scontri all’interno dell’ex-partito unico finché non è prevalsa l’indicazione arrivata dall’alto. «Il paese è sempre gestito da un colpo di telefono. Non bisogna illudersi», afferma un deputato.


I primi a sorprendersi della candidatura di Chenine sono stati gli esponenti di Ennahda-Adala-Bina (tre partiti islamisti) che non immaginavano che la loro unione rappresentata in parlamento da 15 deputati, per di più all’opposizione, potesse aspirare alla carica.


In effetti la scelta appare una nuova manovra delle forze al potere camuffata dall’intenzione di rispondere alle rivendicazioni della piazza che aveva chiesto le dimissioni dell’ex presidente Moad Bouchareb, presentate il 2 luglio. «Abbiamo deciso di privilegiare l’interesse superiore della nazione», ha dichiarato il presidente del gruppo parlamentare del Fln, Mohamed Djemai.


Gli islamisti fanno parte dello schieramento delle Forze del cambiamento più incline al compromesso con il regime che a un cambiamento reale attraverso un processo di transizione sostenuto invece dalle Forze per l’alternativa democratica, di sinistra.


Slimane Chenine, 54 anni, è stato tra i fondatori dell’Unione generale degli studenti liberi (Ugel, islamista), ha poi aderito al movimento Hamas (la formazione dei Fratelli musulmani in Algeria), che dopo la morte del leader Nahnah ha subito varie evoluzioni fino alla trasformazione in Msp. Allora Chenine, con altri fuoriusciti dal Msp, ha formato il movimento el Bina’a al Watani (Costruzione nazionale) che nel 2017 lo ha portato in parlamento.


Giornalista, dirige il quotidiano arabofono Al Ra’id. Chenine continuerà a sostenere la protesta, come fatto agli inizi e come giornalista cosa farà a favore della stampa indipendente che sta subendo pesanti vessazioni da parte del regime? E quale sarà il suo potere reale?


Con questa mossa il potere voleva segnare una scelta a favore del campo islamista contro quello di sinistra, una scelta che però non va incontro alle rivendicazioni dell’hirak. Ma allo stesso tempo scegliendo un esponente di Ennahda-Adal-Bina, ha diviso il campo islamista. Il partito Movimento della società per la pace (Msp, 34 deputati) non ha partecipato al voto, mantenendo la posizione di boicottaggio del parlamento.


Non che il Msp sia ostile all’uomo forte del momento, il capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah. Era stato proprio Abderrazak Mokri, presidente del Msp, a fare appello a Salah, un anno fa, perché sponsorizzasse una «transizione politica» di cinque anni per arrivare a un consenso nazionale.


Gaid Salah è tornato mercoledì a esprimersi sulla situazione politica appoggiando la scelta «ragionevole e sensata» del capo dello stato a interim, Abdelkader Bensalah, di tenere presidenziali nel più breve tempo possibile (peccato che il mandato di Bensalah è scaduto il 9 luglio, secondo la costituzione). E ha rivendicato il proprio operato per ottenere «condizioni di sicurezza e stabilità» nonostante «le insidie» di chi respinge lo svolgimento di questo processo costituzionale reclamando uno «Stato civile e non militare».


La principale rivendicazione del movimento di protesta e delle forze democratiche sarebbero «idee avvelenate dettate da ambienti ostili all’Algeria». Come si vede milioni di algerini nelle piazze dal 22 febbraio non hanno cambiato le vecchie abitudini di attribuire a nemici esterni le rivendicazioni democratiche.

il manifesto 5 luglio 2019