Per le afghane contro l'ideologia dei taleban

Oggi a Roma manifestazione per far sentire «La voce delle donne per prendersi cura del mondo». Una attenzione particolare alle donne afghane

La protesta delle donne afghane

La protesta delle donne afghane

Giuliana Sgrena 25 settembre 2021

Una manifestazione nazionale a favore delle afghane non solo è necessaria per dare voce alle donne che vengono ridotte al silenzio e allontanate dalla vita pubblica da un regime totalitario che non ha eguali al mondo, ma è dovuta, viste le responsabilità dell’Italia nella ventennale occupazione militare dell’Afghanistan e il fallimento dell’impegno alla ricostruzione del sistema giudiziario.

I diritti delle donne (anche delle afghane) sono diritti universali e quindi non possono essere scissi dalle rivendicazioni che le donne portano avanti in tutto il mondo. Tuttavia non individuare le radici ideologiche dell’oppressione feroce che i taleban fondano su un integralismo religioso oscurantista non fa emergere la specificità afghana.

L’appello per la manifestazione «La voce delle donne per prendersi cura del mondo» è sicuramente molto ambizioso e anche suggestivo, ma le voci che ci arrivano dall’Afghanistan in questi giorni tragici ci parlano di una schiavizzazione delle donne che difficilmente possiamo individuare nell’immaginario suggerito dalla definizione dell’Afghanistan, contenuta nell’appello alla manifestazione, come «il tragico specchio del cinismo di tutti i poteri, dei torbidi inganni del paternalismo della cura».

Nei giorni scorsi una rappresentante di Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan) è stata ascoltata dal Comitato permanente sui diritti umani nel mondo della Camera dei deputati: le sue parole pesano come macigni, la richiesta di aiuto è concreta – cibo, medicinali – e rivoluzionaria – libertà, uguaglianza, istruzione e lavoro anche per le donne…

«Chiedete ai vostri governi di non riconoscere il regime dei taleban». La presenza di donne nel governo, sostiene Rawa, non cambierebbe la natura del regime, le sostenitrici dei taleban le abbiamo viste in piazza coperte da diversi strati di veli neri che ne annullano non solo la visibilità ma l’esistenza stessa.

Richiamare questi bisogni «primari» non è per disfattismo o per ridurre l’importanza di una mobilitazione, che sicuramente avrà successo e l’ha già avuto nelle numerosissime adesioni sollecitate anche dalle notizie e dalle immagini che ci giungono dall’Afghanistan, ma per esplicitare un impegno che deve seguire una manifestazione.

Occorre innanzitutto evitare che si spengano i riflettori, come è accaduto in passato, su una tragedia che gli afghani e le afghane hanno già vissuto, ma che non vogliono rivivere. «Le nuove generazioni non vogliono fare la fine dei loro genitori, non permetteremo ai fondamentalisti di rimanere al potere», ha detto la donna di Rawa.

Un’ipersensibilità verso la questione afghana mi deriva forse dal fatto di aver frequentato quel paese anche al tempo del primo emirato, di essere stata costretta a portare il burqa che faceva vedere il mondo a quadretti e a inciampare sulle strade dissestate, di aver visto frustare le donne, a volte anziane, da parte di energumeni esaltati. Sono gli stessi di allora quelli tornati al potere, forse non vieteranno le fotografie perché con i cellulari sarebbe quasi impossibile, non costringeranno le donne a mettere il burqa ma solo il niqab che ha una fessura (senza retina) all’altezza degli occhi, le donne saranno costrette in casa e potranno uscire solo se accompagnate da un guardiano (maschio di famiglia), per «problemi di sicurezza» naturalmente. Questo è sempre stato il mantra dei taleban fin dagli anni ’90.

Quindi, al di là di queste specificità, se vogliamo parlare di cura chi meglio di queste donne recluse dentro le mura domestiche potrà occuparsi della famiglia e solo della famiglia! Un ruolo sicuramente basato sulla disuguaglianza, l’ingiustizia, lo sfruttamento di essere umani, citati nell’appello per la manifestazione di sabato. Lo sfruttamento della terra (intesa in questo caso proprio come terreno da coltivare) è completamente in mano ai coltivatori di oppio, di cui l’Afghanistan gode il primato nel mondo.

Certo, se così non fosse gli afghani non dipenderebbero completamente dalle importazioni per gli alimenti e non rischierebbero la fame nel momento in cui le frontiere sono chiuse. Anche in questo l’intervento occidentale ha fallito, l’Occidente non era interessato allo sradicamento della coltivazione dell’oppio ma ai gasdotti.

Partecipare a una manifestazione arricchendo l’appello di contenuti non può che ampliare la platea e renderla più partecipe.


il manifesto 25 settembre 2021