Nawal al Sa'dawi, una vita da ribelle

È morta a 89 anni l'icona del femminismo arabo, sempre dalla parte degli oppressi. La scrittrice è stata protagonista della lotta contro l'infibulazione, la poligamia e l'uso del velo

Nawal al Sa'dawi

Nawal al Sa'dawi

Giuliana Sgrena 23 marzo 2021

Con il kajal e il rossetto di una prostituta aveva scritto sulla carta igienica gli appunti che saranno pubblicati con il titolo Memoirs from the women’s prison. Nawal al Sa’dawi, finita in carcere nel 1980 con l’accusa di «crimini contro lo stato» per essersi opposta all’accordo di Sadat con Israele, non si è mai arresa. E nemmeno in carcere ha perso la creatività e la speranza, consapevole com’era che «niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente».


Nella stessa cella c’era Farida an Nakkash, anche lei giornalista e femminista. Per mantenere alto il morale si erano fatte portare dell’uva che stavano trasformando in vino, quando si è diffusa la notizia di alcune morti per intossicazione da alcool etilico e hanno dovuto buttare il nettare faticosamente ottenuto, mi ha raccontato Farida.

IL RICORDO di Nawal al Sa’dawi, scomparsa domenica al Cairo, è un mosaico pieno di avventure e sventure affrontate tutte con estrema coerenza e determinazione.
Nata nel 1931 a Kafr Tahla, nel delta del Nilo, seconda di nove fratelli, probabilmente ha ereditato dal padre lo spirito anticoloniale – lui ha lottato contro l’occupazione inglese – e la voglia di libertà della madre che avrebbe voluto studiare ma non glielo avevano permesso. Ribelle fin da piccola, ha cominciato a scrivere a tredici anni e si è opposta a un matrimonio precoce. Laureatasi in medicina nel 1955 all’università del Cairo, si specializza in psichiatria.

Diventa Direttrice della salute pubblica del governo egiziano ma la pubblicazione del saggio Women and sex, contro il sessismo e le mutilazioni genitali, nel 1972, provoca il suo licenziamento. Nawal diventerà una delle icone della lotta contro l’infibulazione, che riguarda ancora circa il 90 per cento delle donne egiziane.
E non poteva che essere così: «a sei anni fui accerchiata da quattro donne, imponenti come Um Mahmoud. Mi presero mani e piedi, come se dovessero crocifiggermi come il Messia… La ferita profonda che porto dentro da quando ero bambina non è mai guarita… Non dimenticherò mai quel giorno del 1937… Giacevo in una pozza di sangue», scrive nella sua autobiografia Una figlia di Iside. La sua amica Mariam, copta, aveva subito lo stesso oltraggio, racconta.

ANCHE LA RIVISTA sulla salute da lei fondata viene chiusa nel 1973, ma Nawal continua a parlare e a scrivere. La sua esperienza di medico in un piccolo villaggio le permette di documentare abusi sessuali, delitti d’onore e prostituzione in The Hidden face of Eva. I libri escono uno dopo l’altro, nella sua lunga vita Nawal è stata una scrittrice molto prolifica con una cinquantina di titoli pubblicati tra saggi, romanzi, opere teatrali, tradotti in oltre venti lingue, che le sono valsi numerosi premi internazionali, ma mai nel suo paese, dove sono ancora vietati alcuni suoi testi.


«Le parole scritte per me sono un atto di ribellione contro l’ingiustizia esercitata in nome della religione, della morale o dell’amore», scrive nell’autobiografia. Tra i testi più noti, vi è sicuramente Firdaus, che dà voce a una donna condannata a morte.

Ho conosciuto la scrittrice a Milano quando ha presentato Dio muore sulle rive del Nilo, che racconta la triste storia di Zakiya, una donna che vive in un villaggio sulle rive del fiume, dove il potere è mascherato da volontà divina. L’oppressione strumento del fato: ma i grandi dolori portano alla consapevolezza. Difficile classificare e anche solo elencare le opere della scrittrice egiziana, tutte realizzate con grande capacità descrittiva, vivacità dei sentimenti e profondità delle emozioni.


Affronta temi che sono ancora tabù per la società egiziana, per questo è stata accusata di essere una «traditrice della nazione»: «i panni sporchi si lavano in casa», commentava la femminista.

NAWAL non sì è battuta solo contro le mutilazioni genitali ma contro tutte le forme di oppressione del sistema patriarcale contro le donne, tra le quali la poligamia e l’uso del velo esibendo la sua folta chioma.
Il suo impegno contro il fondamentalismo religioso non le aveva provocato solo minacce degli integralisti ma, nel 2007, anche condanne di apostasia da parte dell’autorità sunnita di Al Azhar, costringendola a lasciare il paese. La condanna imponeva al marito di chiedere il divorzio, ma sarebbe stata lei a divorziare dal terzo marito, nel 2010. Dopo aver militato contro Mubarak, era in piazza Tahrir nel 2011 e aveva plaudito, e per questo era stata criticata, la destituzione del presidente Morsi dei Fratelli musulmani.

Nawal al Sa’dawi coniugava il suo femminismo con la sua formazione marxista: «Femminismo per me è lottare contro la dominazione maschile e quella di classe. Non separo l’oppressione di classe da quella patriarcale». Negli ultimi anni ha vissuto modestamente in un monolocale al 26mo piano di un grattacelo con vista sul Cairo perché «non si può essere radicali se si è ricchi. È impossibile». Combattente fino all’ultimo: «Tutti dobbiamo morire, Firdaus. L’importante è come si è vissuto prima di morire».

 
il manifesto 23 marzo 2021