Il vento tra i capelli, la libertà per le donne iraniane

Il libro autobiografico di Masih Alinejad pubblicato in Italia da Nessun Dogma, è il racconto di una donna nata e vissuta, fino al suo esilio, nella Repubblica islamica.

Il vento tra i capelli, la libertà per le donne iraniane
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Giuliana Sgrena Modifica articolo

18 Novembre 2020 - 19.29


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Il vento tra i capelli non è una suggestione è la percezione fisica della libertà. Avvertita da molte donne costrette a coprirsi i capelli e il corpo. Lo è sicuramente per Masih Alinejad promotrice della campagna Stealthy Freedom (Libertà clandestina), lanciata nel 2014 su Facebook per pubblicare le immagini delle iraniane che osano fotografarsi senza velo, una trasgressione che molte hanno pagato con il carcere. Masih allora si trovava già a New York, aveva lasciato l’Iran nel 2009, ma il velo è sempre rimasta la sua ossessione, non solo e tanto per quel pezzo di stoffa ma perché simbolo dell’oppressione delle donne. «Era da quando avevo sette anni che dovevo mettere l’hijab», scrive Masih Alinejad nel suo libro autobiografico «Il vento tra i capelli, la mia lotta per la libertà nel moderno Iran» pubblicato da Nessun dogma (euro 22). E già da bambina si ribella alle imposizioni della Repubblica islamica, un atteggiamento che si immagina più consono a chi cresce in una famiglia borghese di Tehran mentre lei è nata in un villaggio del Mazandaran, una provincia dell’Iran settentrionale, da una famiglia di contadini molto religiosa e sostenitrice, soprattutto il padre, degli ayatollah al potere.

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«Prima copriti i capelli, è un appunto che conoscono tutte le donne iraniane. È un modo per mortificare le donne. …  per chi come me ha tanti capelli è sempre problematico coprirli», racconta Masih. Le sue origini l’hanno abituata a parlare a voce alta, un altro ostacolo in un mondo oscurantista che considera la voce delle donne una vergogna. Masih fin da giovanissima cerca il riscatto nella cultura partecipando all’organizzazione di un club clandestino di lettura, ma le letture scelte fin da subito erano politiche – dai libri si passò ai volantini – e avrebbero segnato il suo futuro, anche portandola in carcere e a conoscere la violenza bruta della repressione. Anche il matrimonio con un aspirante poeta, che aveva accettato per sottrarsi alle costrizioni familiari, non porterà alla realizzazione di quella libertà tanto agognata. Rimasta incinta prima del matrimonio – un altro sfregio alla morale islamica – non è rimasta a lungo a lavare pannolini: fotografa prima e giornalista parlamentare poi ha sempre sfidato gli ayatollah. Il divorzio chiesto dal marito oltre a rappresentare uno stigma la metteva di fronte alle discriminazioni del diritto di famiglia. «In tribunale mi scontrai con la triste realtà dell’essere donna nella Repubblica islamica, dove le leggi sono promulgate da misogini che si rifanno a direttive e precetti del settimo secolo», scrive. Quelle leggi che avrebbero affidato la custodia del figlio di quattro anni al marito. Del divorzio è sempre accusata la moglie anche se a chiederlo è il marito. «In seguito scoprii che una donna divorziata è ancora più desiderabile agli occhi di certi uomini» che cercano favori sessuali al di fuori del matrimonio. La soluzione: risposarsi. Masih non ci sta. La fuga all’Iran non taglierà i legami con le donne che lottano per la libertà, diventerà la loro voce sulla scena internazionale.

 

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