L'Onu toglie le sanzioni all'Eritrea

La ripresa dei rapporti tra Etiopia, Eritrea, Gibuti e Somalia fanno sperare in un futuro di pace. Anche se gli interessi delle potenze per i porti della regione sono tutt'altro che pacifici.

Manifestazione per la pace

Manifestazione per la pace

Giuliana Sgrena 21 novembre 2018




L’eliminazione di sanzioni a un paese – in questo caso l’Eritrea – è sempre un segnale positivo anche se l’embargo alla vendita delle armi dovrebbe essere estesa a tutto il pianeta per cercare di disinnescare i conflitti. Ma si sa, le armi si costruiscono per usarle ed è un business irrinunciabile. Il passo compiuto dall’Onu è un contributo al processo di pacificazione in corso nel Corno d’Africa. Il 6 giugno l’annuncio da parte dell’Etiopia di accettare i confini stabiliti dall’Onu (con l’assegnazione di Badme all’Eritrea) in seguito agli accordi di Algeri (che nel 2000 avevano segnato la tregua di una guerra durata due anni tra Etiopia ed Eritrea) è stato un soffio di speranza che subito si è concretizzato l’8 luglio con il ristabilimento delle relazioni diplomatiche seguito da scambi di visite tra i leader dei due paesi e la ripresa di collegamenti aerei e telefonici, fino ad arrivare alla firma, il 16 settembre in Arabia saudita, di un accordo formale per consolidare la riconciliazione e rafforzare «la sicurezza e la stabilità» del Corno d’Africa.


Un’accelerazione della storia regionale imprevista dagli osservatori, ma che forse non poteva essere più rimandata, non solo per l’interesse di Etiopia e di Eritrea ma per tutta la regione e non solo. Innanzitutto l’Etiopia: con l’arrivo al governo di Abiy Ahmed, oromo, dopo tre anni di proteste da parte della sua etnia, maggioritaria nel paese ma emarginata dal potere, si è innescato un cambio di rotta. Abiy ha posto fine allo stato di emergenza, ha licenziato funzionari carcerari responsabili di torture e liberato prigionieri politici. Eppoi l’elezione di una presidente donna, Sahle-Work Zewde, e la composizione del governo formato per metà da ministre che occupano incarichi di rilievo come il «ministero della pace», al posto di quello della difesa, fa la differenza di genere.


Ma l’Etiopia, oltre a registrare una forte crescita economica, ha anche affrontato una grave crisi monetaria, superata di misura con l’arrivo di 3 miliardi di dollari dagli Emirati arabi. Inoltre lamenta sempre il problema della mancanza di uno sbocco al mare e ricorrere al porto di Gibuti è sempre più costoso. D’altra parte l’Eritrea, isolata internazionalmente per il regime militarizzato al potere e sanzionata perché accusata di aver sostenuto il terrorismo degli shebab somali (accusa ora caduta), può in qualche modo vantarsi di aver ottenuto da Addis Abeba il riconoscimento di Badme, principio difeso per vent’anni con prezzi altissimi per la popolazione. C’è da sperare che ora questa «vittoria» possa indurre il presidente Isaias Afeworki a smobilitare l’apparato militare a favore di maggiori diritti per la popolazione. Ma nel timore che questo non avvenga migliaia di eritrei approfittano dell’apertura delle frontiere per fuggire in Etiopia. L’apertura delle frontiere ha anche riproposto uno dei problemi di grande tensione nel 1997 e uno dei motivi che hanno causato la guerra: il cambio tra il birr etiope e il nakfa eritreo. Non esiste un cambio ufficiale.


L’Eritrea con i porti di Massaua e Assab, finora sottoutilizzati, ne potrà riprendere lo sfruttamento a pieno ritmo appena la riqualificazione degli impianti lo permetterà. Nel frattempo aveva fatto concessioni militari ai paesi del Golfo nella guerra contro lo Yemen. L’Arabia saudita e gli emirati si erano rivolti all’Eritrea, vicinissima allo Yemen, nel 2015, dopo aver rotto le relazioni con Gibuti. Avevano così ottenuto l’uso di Assab e dintorni.
L’Arabia saudita ora ha sponsorizzato la riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea per cercare di allontanare l’immagine negativa della guerra che sta conducendo in Yemen, anche se la comunità internazionale non sembra interessata più di tanto a contrastarla. Tanto meno a trovare una soluzione visto che nello Yemen si è trasferito lo scontro frontale tra la coalizione guidata dall’Arabia saudita e l’Iran che appoggia gli sciiti houti.


La situazione del Corno d’Africa che sembrava dimenticata si è internazionalizzata. È entrata in scena anche la Cina che ha costruito a Gibuti una base militare più grande di quella americana e vorrebbe farne una «zona franca». Proprio Gibuti è il porto cruciale per la sicurezza del passaggio verso il mar Rosso. Ma se Gibuti è strategico importanti sono anche tutti gli altri porti della zona compresi quelli somali.


 




 







il manifesto 17 novembre 2018