Arrestata per 5 tweet contro la guerra ad Afrin: la disavventura di una giornalista curda

Nurcan Baysal, giornalista curda di Diyarbakir, racconta come è stata arrestata e detenuta per 3 giorni per messaggi contro l'attacco ad Afrin

Nurcan Baysal

Nurcan Baysal

Redazione 7 febbraio 2018

Nurcan Baysal


Era da poco passata la mezzanotte. Stavo guardando la tv, i miei figli giocavano accanto a me. Il più piccolo giocava con il Lego, il più grande con il telefono. Con noi c’era anche mio marito e un suo amico. Era una normale domenica sera. Improvvisamente ho sentito un rumore terribile. All’inizio ho pensato a un terremoto. Poi ho realizzato che il rumore proveniva dalla porta d’ingresso. Con i ricordi della guerra ancora presenti nella memoria, ho pensato che forse la nostra casa era sotto attacco, bombardata o bersagliata con le armi.


Ho gridato ai miei figli di rimanere dov’erano, di non avvicinarsi. Abbiamo subito capito che gli uomini che stavano cercando di buttare giù la porta erano poliziotti. La nostra porta era troppo resistente e la parete intorno cominciava a sgretolarsi. Non riuscendo a entrare dalla porta d’ingresso, sono passati dal giardino e sono entrati dalla cucina.


Circa 20 uomini dei corpi speciali della polizia con kalashnikov e altre armi in mano hanno fatto irruzione in casa puntandole verso di me, il capo della squadra mi ha chiesto se ero Nurcan Baysal. Quando ho risposto di «sì» mi ha detto che aveva un mandato per perquisire la casa. Ho chiesto se avevano il mandato anche per buttare giù la porta. Mi ha confermato che il procuratore li aveva autorizzati anche a buttare giù la porta. Ho risposto che era contro la legge e ho chiesto il nome del procuratore ma non ho ottenuto risposta.


Questo è il modo in cui sono stata arrestata. Sono entrati in casa mia, una casa dove sanno che ci sono due bambini piccoli.


Soltanto due giorni dopo il mio arresto ho saputo che ero stata fermata per cinque tweet che avevo scritto contro «la guerra di Afrin».


Questo il contenuto:



  1. Quello che portano i carri armati non sono rami d’ulivo, sono bombe. Quando le lanciano la gente muore. Ahmed sta morendo, Hasan sta morendo, Rodi sta morendo, Mizgin sta morendo… Vite che stanno finendo…

  2. Dare il nome di «ramo d’ulivo» alla guerra, alla morte. Questa è la Turchia!

  3. La sinistra, la destra, i nazionalisti e gli islamisti sono tutti uniti nell’odio contro il popolo curdo.

  4. Cosa pensate di andare a conquistare? Quale religione, quale fede sostiene la guerra e la morte? (Ho scritto questo tweet dopo che l’autorità religiosa turca aveva lanciato un appello alla «vittoria» in un sermone a sostegno dei militari)

  5. (Retweet di una foto di un altro giornalista di un bambino morto ad Afrin) Ho scritto: «Quelli che vogliono la guerra, guardino questa foto, un bambino morto».


È a causa di questi tweet che sono stata accusata di propaganda terroristica e di lanciare appelli provocatori. Come potete vedere, questi tweet non contengono nessuna propaganda terroristica e io non ho nemmeno fatto appello a provocazioni o alla violenza. Questi tweet dimostrano che sono contro la guerra e contro la morte, e sì, ho criticato la polizia e il governo turco.


Sono cresciuta con la guerra nella città di Diyarbakir. Realmente non so cosa sia una vita normale. Ho trascorso i miei ultimi vent’anni lottando per pace, democrazia, giustizia e libertà. Mi sono adoperata con le istituzioni, le organizzazioni della società civile per trovare una soluzione pacifica alla questione curda. Anche nei giorni bui del 2015, durante i bombardamenti nel cuore del distretto Sud di Diyarbakir, stavo lavorando per aprire il dialogo tra il governo e il movimento curdo.


Ho organizzato molti incontri nel mio ufficio tra esponenti del partito al governo, del movimento curdo e intellettuali, per cercare di porre fine alle morti nella regione. Come militante per la pace e per i diritti umani ho passato la mia vita trattando con le forze addette al controllo delle migrazioni, guardie di villaggi, vittime delle mine, della povertà, donne sequestrate dallo Stato islamico, con cadaveri abbandonati nelle strade, scrivendo reportage sui crimini di guerra e contro l’umanità.


Dopo tre giorni nel dipartimento dell’anti-terrorismo sono stata rilasciata su cauzione, ma ho anche avuto il divieto di viaggiare. Nell’ultima settimana, altre 311 persone sono state arrestate per aver detto «no» alla guerra di Afrin. Lo stato sta cercando di far tacere le voci contro la guerra. Vogliono che tutti i settori della società, compresi i media sostengano la guerra.


Come giornalisti, attivisti e intellettuali, la nostra responsabilità non è verso lo stato. Noi siamo responsabili verso il nostro popolo, verso l’umanità, verso la storia, verso la vita, verso la gioventù turca e curda che sta morendo, verso le loro madri.


La scorsa settimana, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha minacciato la popolazione dicendo che coloro che parteciperanno alle proteste contro la guerra pagheranno un caro prezzo.


Sì, presidente, noi stiamo pagando un prezzo alto. Ma credetemi, questo prezzo ha un valore. Forse alla fine ci potrà essere la vita e la pace. Questo paese merita la vita e la pace.