Petraeus nella trappola di Bengasi

Troppo scontata la storia morbosa tra il generale e la ricercatrice. Cosa si nasconde dietro la caduta del generale?
Uno scontro nell''amministrazione Usa o tra i servizi?'

globalist syndication

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Redazione 11 novembre 2012
La pruderie di inserirsi nelle pieghe di una storia morbosa di sesso tra il generale supermedagliato e la giovane “embedded” in carriera e alla caccia di scoop attira i giornalisti più dell’indagine accurata sull’evento che ha messo a rischio la rielezione di Obama: l’assassinio dell’ambasciatore Usa a Bengasi. Certo, trattandosi dell’ex capo della Cia, il generale Petraeus messo alla berlina dal Fbi, non è un compito facile. Ma sicuramente la storia della biografa tentatrice – per carpire segreti – e del generale ambizioso che deve mostrare la sua virilità è purtroppo una storia troppo vista e troppo banale. Se fosse così non meriterebbe pagine di giornali.

Il generale Petraeus non ha vinto la guerra in Iraq, ma sicuramente ha inferto un duro colpo ad al Qaeda quando ha deciso – coraggiosamente e in modo spregiudicato – di fare un accordo con i sunniti insorti, i peggiori nemici degli invasori ma gli unici in grado di combattere i jihadisti sul loro terreno. La stessa operazione tentata in Afghanistan non ha avuto lo stesso effetto: i possibili alleati non erano così uniti e i taleban non sono al Qaeda. Quindi si tratta di un generale che aveva svolto un ruolo importante tanto da essere stato individuato da Bush come un suo probabile candidato e poi scelto da Obama per dirigere la Cia.
Un uomo con tale esperienza, anche se distratto da tensioni virili – peraltro frustrate, dopo che la giovane Paula avendo ottenuto quel che voleva (pubblicare la biografia di Petraeus) l’aveva mollato ed era tornata dal marito – non può essere stato così ingenuo. Certo anche i maschi più alti in grado hanno dimostrato spesso la loro fragilità di fronte a simili tentazioni, ma tutto ciò non basta a spiegare quello che è successo a Bengasi.
Il 12 settembre 2011, l’ambasciatore Usa Chris Stevens, un conoscitore della Libia, dove era stato anche inviato speciale presso il Consiglio nazionale transitorio, si reca a Bengasi, la città simbolo degli insorti e mentre si trova nel consolato – non ancora ben consolidato e protetto – l’edificio viene attaccato da granate e il diplomatico costretto a scappare e ucciso, insieme a suoi tre uomini.
All’inizio si parlò di un gruppo di rivoltosi, ma si trattava invece di al Qaeda che ha poi rivendicato l’attentato. Erano i giorni delle proteste contro il film blasfemo uscito negli Usa, dunque le acque erano agitate, Stevens doveva avere un buon motivo per andare a Bengasi e i servizi, con i quali collaborava, dovevano conoscerli. E come è possibile che l’intelligence Usa fosse all’oscuro dell’imminente attacco di al Qaeda e soprattutto che non fornisse la protezione adeguata all’ambasciatore che invece quando è stato colpito era solo con la sua scorta?

È solo una delle pagine nere della guerra in Libia, ma la più pesante per gli Usa, sollevata strumentalmente da Romney durante la campagna elettorale contro Obama. Hillary Clinton, Segretario di stato, se ne era assunta la responsabilità, con un certo imbarazzo. Obama doveva essere salvato. Ma anche la possibilità per la Clinton di una vittoria alle elezioni del 2016, forse consapevole del fatto che Petraeus sarebbe uscito di scena. Ma non dovevano essere la Difesa e la Cia ad assumersi la responsabilità di quanto successo?

Probabilmente a Bengasi deve essere scattata una trappola, ma contro chi? Obama, Petraeus, Stevens, la Cia? Se la scoperta della “tresca tra David e Paula” è stata rivelata dalla Fbi forse si tratta di un nuovo capitolo dello scontro tra i due servizi di sicurezza. Non sarà facile scoprirlo: non si tratta di fare dietrologie, ma non possiamo accontentarci della storiella di sesso, che rende stupidi anche gli uomini più corazzati, anche se a volte succede.