Siria, la nonviolenza può fermare le stragi

Il bagno si sangue non si ferma con le armi ma con un''interposizione non armata e non violenta. Come sostiene il gesuita Dall''Oglio.'

globalist syndication

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Redazione 29 maggio 2012
[left]È possibile fermare la violenza con la non violenza? Io penso proprio di sì. In questi giorni, mesi, ho letto molte prese di posizione di condanna del bagno di sangue che si sta consumando in Siria di fronte all’impotenza del mondo occidentale, ma anche della società civile.

Finora, a parte un’uscita del nostro ministro degli esteri Terzi, sembra che l’opzione militare non sia stata presa in seria considerazione, “anche se siamo preparati”, dicono gli Usa. Un intervento, sarebbe un vero disastro a livello regionale: coinvolgerebbe dal Libano all’Iran, passando per l’Iraq, senza escludere la Palestina. L’evoluzione della situazione in Libia dopo l’intervento Nato ha insegnato qualcosa? Temo di no, anche se non tutti ignorano i pericoli dell’esplosione del mondo sciita. Tuttavia il bagno di sangue continua, chi sono i responsabili? A volte ci sono dubbi, ma poco importa, bisogna porre fine allo stillicidio quotidiano di civili e il regime di Assad deve prendere atto che non potrà continuare a lungo a mantenere il potere con i bombardamenti. Tra gli oppositori vi è di tutto: fratelli musulmani, terroristi (di al Qaeda?), democratici, i soldati liberi, etc. C’è chi vuole l’intervento militare e chi no, chi vuole essere protetto dai militari che hanno lasciato Assad che però sembrano propendere per una militarizzazione dello scontro. C’è l’opposizione del Consiglio nazionale siriano (costituito all’estero) e quella dei Comitati locali dell’interno, anche divisi tra di loro.

Si sa che all’interno della Siria vi sono contractors pagati dagli Stati uniti e vari consiglieri militari, che sostengono la soluzione militare, che, come abbiamo visto in Libia (per di più con l’intervento esterno), non porta alla pace, ma ad una escalation militare, autoritaria e antidemocratica.

L’unica proposta sensata che ho sentito in questi giorni è quella del gesuita padre Paolo Dall’Oglio, fondatore della comunità monastica di Deir Mar Musa, che ha lanciato un appello all’inviato dell’Onu Kofi Annan. “Ci aggrappiamo a questa iniziativa Onu come naufraghi a una zattera. Qui si prova forse per la prima volta a interrompere un ciclo violento di guerra civile con la non-violenza. Questo tentativo, che per ora è troppo timido, se fosse incoraggiato, appoggiato dalla comunità internazionale con più coerenza, potrebbe riuscire. Non bastano 300, ce ne vorrebbero 3.000 di osservatori militari esperti, non armati, e poi forse circa 30.000 accompagnatori della società civile che venissero ad aiutare questa società civile locale a tirarsi su e trovare vie della riconciliazione”.

Mi sembra una proposta degna di nota e non lo dico da ingenua pacifista. Mi ricordo l’esperienza della Somalia, quando era stato inviato dall’Onu Mohammed Sahnoun, avrebbe forse potuto evitare la catastrofe se fosse stato dotato di uomini e di mezzi, che ha richiesto inutilmente. Si è preferito un intervento militate, disastroso. Si chiamava “restore hope” e ha lasciato la Somalia ancora senza speranza, dopo vent’anni.

Per la Siria forse siamo ancora in tempo a costringere Assad e tutti gli altri a cessare i massacri, ma dobbiamo metterci in gioco, anche noi, società civile, pacifisti, non violenti, contro chi conosce solo la forza delle armi.[/left]