Iraq al voto nel caos

Le prime elezioni dopo la partenza degli Usa. Potrebbe confermarsi Maliki nonostante la pessima gestione del governo. I sunniti divisi e infestati da al Qaeda.

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 30 aprile 2014
Nuri al Maliki, il «nuovo dittatore» come lo chiamano i suoi oppositori, spera oggi nella sua rielezione per il terzo mandato a capo del frantumato stato iracheno. A rieleggerlo dovrà però essere il parlamento formato da 328 deputati che uscirà oggi dal voto a cui sono chiamati 22 milioni di iracheni.

L’impresa non è impossibile ma certo non per merito del premier uscente che ha guidato per due mandati, dal 2006, un paese in cui dilagano la corruzione e la discriminazioni etnico religiosa. I sunniti accusano il premier di averli sistematicamente esclusi dal potere politico ed economico (rendita petrolifera di una produzione che è salita a 3,5 milioni di barili al giorno) oltre che dall’esercito.
Dalla fine del 2012 e per tutto il 2013 i sunniti hanno organizzato manifestazioni e presidi nella provincia di Anbar rendendola ingovernabile. La violenta repressione che ha seguito l’onda delle rivolte arabe e la condanna per terrorismo del vicepresidente della repubblica Tariq al Hashimi e del ministro delle finanze Rafi al Issawi, autorevoli esponenti sunniti, hanno reso la situazione sempre più incandescente.

I kurdi intanto si sono ritagliati un proprio stato dentro lo stato – sostenuti economicamente dalle scoperte di nuovi giacimenti petroliferi – e rappresentano una spina nel fianco del potere di Baghdad. Il Kurdistan peraltro non può più fungere da mediatore rispetto alle altre componenti irachene essendo mutato l’equilibrio politico al suo interno con la conferma della supremazia del Partito democratico del Kurdistan, la sconfitta dell’Unione patriottica e l’ascesa di Goran (il partito del Cambiamento).

L’instabilità è dunque tornata a essere la nota dolente dell’Iraq e ha riportato il paese a occupare i primi posti nelle statistiche dei morti quotidiani anche se non interessano più la stampa internazionale, soprattutto dopo la partenza degli americani nel 2011.

Dalle 3.200 vittime civili del 2012, si è passati alle 8.800 del 2013 e quest’anno sono già 3.000. I jihadisti che ogni giorno seminano morti con gli attentati e i kamikaze non risparmiano più nemmeno il Kurdistan.

Nelle ultime ore sono stati presi di mira i seggi elettorali. Da Baghdad a Kirkuk i numerosi controlli non sono riusciti a sventare gli attacchi che hanno provocato numerose vittime soprattutto tra le forze di sicurezza.

Eppure forse Nuri al Maliki riuscirà a mantenere il suo potere perché il blocco sciita di cui fa parte si presenta alle urne comunque più compatto del frammentato fronte sunnita. Anche se Nuri al Maliki non ha più la forza che aveva al primo mandato essendosi inimicato due partiti sciiti, quello di Muqtada al Sadr e quello di Hakim, che appoggiavano il governo. Sebbene Muqtada al Sadr abbia sorpreso tutti annunciando il suo ritiro dalla politica, il movimento sadrista (il più radicale nello schieramento religioso sciita) continua a godere di ampio sostegno negli strati più poveri della popolazione.

Più frammentato è il fronte sunnita, soprattutto dopo il collasso della coalizione laica Iraqiya che aveva vinto le scorse elezioni. Al Mutahidoun – la formazione guidata dal portavoce del parlamento iracheno Osama al Nujaifi – su posizioni nazionaliste anti-settarie è considerato il primo partito arabo sunnita dopo l’affermazione avuta alle amministrative dello scorso anno. La novità è invece rappresentata dal nuovo partito Karama (dignità) che ha appoggiato le manifestazioni dello scorso anno contro il premier Maliki.

Ma la provincia di al Anbar (sunnita, a ovest del paese) è anche quella più direttamente investita dall’internazionalizzazione del conflitto siriano: il gruppo legato ad al Qaeda, Stato islamico dell’Iraq e del Levante – che vuole costruire un califfato che comprenda la Grande Siria – combatte sia in Siria che in Iraq, dove, tra l’altro, controlla la cittadina di Falluja. Tra Iraq e Siria praticamente non esistono più frontiere: il 27 aprile scorso un convoglio di mezzi dell’Isil diretto in Iraq per rifornimenti è stato colpito e distrutto da elicotteri iracheni quando si trovava ancora in Siria nella zona di Wadi Fawaq.

Sull’altro fronte, quello filo-Assad, è invece schierato il premier di Baghdad alleato di Tehran che permette il passaggio di uomini e mezzi diretti a Damasco. Una posizione che irrita le monarchie del Golfo oltre che gli Stati uniti.

Nella sfida elettorale, la prima dopo la partenza degli americani, sono particolarmente attive le donne (2.600 candidate, il 29 per cento) che hanno diritto a una quota del 25 per cento in parlamento. Si spera almeno che riescano a impedire l’approvazione della legge varata dal governo che vuole ridurre l’età prevista per il matrimonio delle ragazze da 18 a 9 anni! Le associazioni di donne sono molto preoccupate perché la legge potrebbe dare impulso a una tendenza già in atto a causa della povertà (nonostante l’ingente ricchezza petrolifera del paese) che induce le famiglie a vendere le figlie per ottenere la dote. Una legge che oltre ad abbassare l’età da matrimonio affida l’esclusiva tutela delle bambine dai due anni in su al padre e legalizza lo stupro in famiglia. La legge barbara è stata proposta dal ministro della giustizia Hassan al Shimari, del partito Fathila (della Virtù) alleato di al Maliki. Se il premier dovesse confermarsi per le donne, e non solo, sarebbe una catastrofe.