Siria, senza speranza

Le dimissioni di Kofi Annan preludono a un intervento militare. Il fallimento del piano di pace Onu è una sconfitta per la comunità internazionale e per i pacifisti.

globalist syndication

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Redazione 3 agosto 2012
La rinuncia di Kofi Annan a proseguire la sua missione in Siria per conto dell’Onu e della Lega araba è una sconfitta. Non solo perché prelude all’intervento militare: è infatti difficile pensare ad un nuovo incarico per una missione che questa volta sarebbe veramente “impossibile” come qualcuno aveva già definito quella dell’ex-segretario delle Nazioni unite. La rinuncia non è una sconfitta di Kofi Annan ma della comunità internazionale. Ovviamente chi voleva l’intervento militare non aveva nessun motivo per sostenere il piano Onu in 6 punti, equilibrato e accettabile sia per il presidente sanguinario Bashar Assad che per gli oppositori che hanno militarizzato lo scontro, sostenuti dai paesi del Golfo, dai consiglieri occidentali e ora apertamente anche dalla Cia. Quelli che avrebbero voluto realmente un processo democratico sono rimasti isolati.

E’ una sconfitta per noi pacifisti che ci siamo dichiarati contro l’intervento militare senza essere in grado di qualsiasi azione politica, manifestazione di piazza che denunciasse i responsabili del bagno di sangue siriano e sostenesse una opzione diplomatica, a partire dal piano Onu, rafforzato con un aumento di osservatori protetti da un corpo Onu con compiti di polizia e anche da osservatori civili. Forse non era realizzabile, ma non ci abbiamo nemmeno provato, scontrandoci invece sulle “nostre verità” che non sono quelle sul terreno. I governi si sa sono già tutti lì ai nastri di partenza con l’Italia che come avanguardia usa sempre un ospedale (“missione di pace”!) gestito da militari. Fa parte dell’ipocrisia di chi non rispetta la costituzione (che ripudia la guerra) con piccoli e squallidi camuffamenti. Comunque “noi” siamo già piazzati al confine giordano-siriano per ogni evenienza.

Tutto questo mi ricorda quanto accaduto in Somalia, nel 1992. Anche lì c’era un inviato dell’Onu Mohammed Sahnoun che cercava di evitare la deriva della guerra civile con 500 caschi blu, inutilmente aveva chiesto rinforzi e aiuti, era stato abbandonato. Si stava preparando “Restore hope” (Ridare speranza), la missione occidentale che avrebbe lasciato il paese senza speranza. Speriamo che non succeda lo stesso in Siria.