Egitto, la rivoluzione si mette il velo?

La difficile scelta dei rivoluzionari laici di fronte al ballottaggio. Contro l''esponente dell''ex regime sceglieranno il candidato dei Fratelli musulmani. Una scelta che ricorda la rivoluzione iraniana'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 4 giugno 2012
È possibile scegliere tra la peste e il colera? Era questa la domanda che si facevano gli algerini di fronte allo scontro tra islamisti e militari. La stessa situazione si pone ora per gli egiziani laici e democratici, i fautori della rivoluzione, in vista del ballottaggio per le presidenziali del 15-16 giugno. In lizza sono rimasti il candidato dei Fratelli musulmani, Mohammed Mursy e quello legato all’ex regime di Mubarak, Ahmed Shafiq. Il candidato nasseriano, Hamdeen Sabahy, pur avendo ottenuto un buon risultato è arrivato terzo, quindi non potrà diventare il punto di riferimento della sinistra, che anche questa volta si era presentata divisa al primo turno.

Ci sono stati ricorsi e denunce di brogli che avrebbero favorito Shafiq, che, come esponente del vecchio regime, non avrebbe nemmeno potuto partecipare alle presidenziali. La lotta per la sua esclusione continua ma l’impressione è che ormai sia troppo tardi.

Cosa fare? Il movimento 6 aprile, uno dei principali protagonisti della rivoluzione, ha sciolto gli indugi. Il coordinatore del movimento Ahmed Maher ha lanciato un appello per formare una coalizione nazionale con l’obiettivo di impedire il ritorno al potere dell’ex-regime. Maher ha chiesto a Hamdeen e a Abu Elfotouh (ex esponente dei Fratelli musulmani che ha creato un proprio partito) di allearsi con Morsy: “non ammetteremo la vittoria di Shafiq, non abbiamo rimosso il dittatore perché tornino i suoi lacché”.

Engy Hamdy, dell’ufficio politico del movimento 6 aprile, ha aggiunto che se dovesse vincere Shafiq “Dovremo riprendere la battaglia per realizzare il nostro sogno, quindi tenete in considerazione la rabbia della giovane
generazione”. “Lo sforzo per formare la coalizione nazionale deve servire a unire le forze per far fronte alla contro-rivoluzione e al ritorno dell’ex-regime attraverso elezioni truccate”, ha detto Engy. E ha sottolineato il carattere non violento della rivoluzione: “Tutte le richieste devono essere ottenute con mezzi pacifici, soprattutto nel momento in cui il movimento è alla testa di coloro che chiedono un cambio pacifico, questo è l’atteggiamento mantenuto dal movimento fin da quando è stato fondato nel 2008, e non devieremo da questo percorso”.

Tuttavia la reazione alla condanna dell’ex presidente all’ergastolo da parte di chi sosteneva la condanna a morte segnala una volontà di vendetta piuttosto che di giustizia. E infatti la manifestazione di piazza Tahrir, seguita alla condanna, vedeva la presenza soprattutto di islamisti: “Dio vuole l’esecuzione”. È un segnale pericoloso perché alimentando gli istinti primitivi non si può costruire una democrazia: l’Iraq e la Libia ne sono l’esempio. Piazza Tahrir si tinge di nero.

Il movimento 6 aprile sembra invece convinto che un accordo con i Fratelli musulmani, con i quali c’è già stato un incontro, possa portare a condizionare gli islamisti vincolandoli a una piattaforma comune tra le forze che appoggeranno Morsy al ballottaggio.

Purtroppo la sinistra laica e democratica si trova stretta tra l’incudine e il martello e la scelta non è facile. Dopo essere riusciti ad abbattere Mubarak è comprensibile il tentativo di allearsi anche con forze conservatrici religiose per evitare il peggio. E speriamo che sia così.

Tuttavia non possiamo non ricordare le molte testimonianze degli esuli iraniani. Nel 1979 la sinistra iraniana, che aveva iniziato la rivolta contro lo scià, aveva deciso di allearsi con Khomeini per riuscire a sconfiggere quel regime dittatoriale: “Avevamo sempre perso, questa era l’occasione per vincere”. Così è stato, ma dopo aver abbattuto lo scià le forze sciite hanno cominciato ad eliminare (fisicamente) la sinistra: persecuzioni, torture, esecuzioni. Molti sono riusciti a fuggire all’estero e a testimoniare quello che era successo. Il regime teocratico è ancora al potere dopo oltre trent’anni e i metodi usati non sono molto diversi da quelli dello scià. Ogni tentativo di ribellione, finora, è stato soffocato nel sangue.

Anche l’Algeria ha attraversato un decennio nero, ha evitato un regime teocratico ma non il terrorismo islamico e la repressione del regime (200.000 morti). E dopo la “riconciliazione” senza giustizia (non è stato fatto nessun processo ai responsabili della violenza), il potere resta nelle mani di forze conservatrici e non certamente laiche e democratiche. Dopo aver condiviso il potere per oltre quindici anni con il Fln e Rnd, il Movimento sociale per la pace (Fratelli musulmani in versione algerina) aveva lasciato il governo alla vigilia delle elezioni del 10 maggio per presentarsi come forza di opposizione formando un’Alleanza verde, che comprendeva altri due partiti islamisti. Nonostante i mezzi a disposizione gli islamisti algerini non hanno ripetuto il successo dei Fratelli egiziani e tunisini.

In Tunisia dove gli islamisti “moderati” di Ennahda sono al governo, sebbene in coalizione con due partiti laici, hanno dato via libera agli estremisti salafiti che stanno cercando di imporre la loro legge islamica senza che le forze dell’ordine intervengano. Le minacce alle donne che non vestono secondo i dettami dell’ortodossia islamica, l’occupazione di università che non accettano studentesse con il velo integrale o gli attacchi ai venditori di alcool, gli assalti a mezzi di informazione che denunciano la situazione, sono costantemente all’ordine del giorno. Eppure i tunisini dicevano che la Tunisia non è l’Algeria, ma potrebbe diventarla, così come l’Egitto potrebbe trasformarsi in un nuovo Iran. Non resta che augurarci che non sia così.