Egitto: cooperanti o embedded? Ong sotto accusa

Scontro tra Usa e Egitto. I militari vogliono processare i cooperanti americani e gli Usa minacciano di sospendere gli aiuti di 1,5 miliardi di dollari

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 7 febbraio 2012
I rapporti tra Egitto e Stati uniti potrebbero entrare seriamente in crisi se i 43 esponenti di ong – tra i quali 19 americani – fossero veramente portati alla sbarra. I 43 – oltre ad americani ed egiziani ci sono anche europei – sono accusati di aver violato la legge (n. 84 del 2002) sui finanziamenti internazionali agli organismi non governativi. I militari egiziani sembrano non voler cedere alle pressioni della Casa bianca che chiede di non procedere contro i cooperanti, nonostante gli Usa abbiano minacciato di sospendere gli aiuti finanziari di 1,5 miliardi di dollari l’anno, di cui 1,3 destinati ai militari. Gli aiuti peraltro sono congelati da dicembre, in attesa di verificare che il Cairo rispetti gli accordi di pace con Israele (che avevano dato il via agli aiuti Usa all’Egitto), la democrazia e la libertà di espressione.

Le pressioni si sono manifestate a tutto campo – da Obama a Clinton – ma per ora senza successo. “Gli americani non possono spiegarci giorno e notte la necessità di rispettare la legge e poi chiederci di non farlo quando serve ai loro interessi”, ha dichiarato un funzionario ad Al Ahram. Inoltre la Giunta militare, facendo appello alla sovranità nazionale, cerca di riacquistare qualche legittimazione dagli egiziani che ne chiedono insistentemente l’abbandono del potere. Forse non è una semplice coincidenza che proprio in questo momento – anche se l’inchiesta va avanti da dicembre – venga sollevato questo caso che non può essere facilmente liquidato dalla Casa bianca essendo implicate anche due organizzazioni che fanno riferimento direttamente al Partito repubblicano una e a quello democratico l’altra. Non solo, capo dell’ufficio Iri (International republican institute) del Cairo è il figlio del Segretario ai trasporti Ray LaHood. Sam LaHood è infatti uno dei “cooperanti” colpiti dal divieto di uscire dall’Egitto. Queste due organizzazioni lavorano al Cairo dal 2005 senza un riconoscimento ufficiale ma, fino a un anno fa, con il tacito accordo di Mubarak.

Ora, proprio in base a una legge dell’ex rais che impone il controllo del governo su tutti i finanziamenti esteri, i 43 funzionari delle Ong sono messi sotto accusa. La ministra della cooperazione annuncia una nuova legge entro fine mese, ma il contenuto non è molto diverso da un’altra presentata lo scorso anno e respinta dalle organizzazioni per i diritti umani. Tutti i regimi autoritari – e quello egiziano lo è anche dopo la caduta di Mubarak – sono ossessionati dal controllo di tutto ciò che si muove in collegamento con gli stranieri e sui conseguenti movimenti finanziari. Le sedi delle Ong sono state perquisite e alcuni telefoni sono sotto controllo: da qui emergerebbero le accuse di interferenze negli affari interni.

La situazione è estremamente delicata, sia per Washington che per il Cairo. Gli americani non possono certamente permettersi di rompere con il Cairo nel momento in cui i Fratelli musulmani stanno guadagnando terreno in tutti i paesi della rivolta araba, ma nello stesso tempo non possono subire l’arroganza dei militari egiziani, soprattutto di fronte all’opinione pubblica. Come la giunta egiziana non può permettersi di perdere gli aiuti americani, soprattutto quelli militari, visto la politica repressiva che continua a perseguire e il clima sempre più teso nella regione, con le minacce israeliane di attaccare l’Iran.
I militari, sotto accusa per la repressione delle manifestazioni popolari, forse usano la sfida internazionale per abbassare l’eco dello scontro interno, comunque il problema del ruolo delle ong è emerso in diverse occasioni e in diverse aree del mondo.

Già parlare di organizzazioni non governative quando di mezzo ci sono i due partiti che si alternano al potere negli Stati uniti è singolare. Se a questo aggiungiamo il ruolo o almeno il tentativo di indirizzare la politica di un paese, non si va molto lontano da quello che gli egiziani chiamo “interferenza nella politica interna”. Questo lo diciamo non per giustificare i metodi della giunta militare, ma per evidenziare le ambiguità che finiscono per penalizzare coloro che invece realmente lavorano sul terreno per difendere i diritti umani, sensibilizzare la popolazione sul loro valore e il loro rispetto e denunciarne le violazioni. Questo naturalmente nelle situazione non di emergenza dove le ong sono impegnate a fornire i primi soccorsi alla popolazione.

Sarebbe ingenuo pensare che se non ci fossero ong “partitiche” non ci sarebbero interferenze, innanzitutto non sostituiscono il ruolo dei servizi segreti anche se possono essere un buon veicolo, come del resto lo possono essere i giornalisti. Sono compiti-ruoli che possono essere facilmente sovrapposti, con grande rischio per chi il proprio mestiere lo fa davvero con onestà. Rischio di arresto, di sequestro, di morte.

L’ossessione dei soldi che arrivano dall’estero non riguarda solo l’Egitto, dopo un primo periodo di caos anche il governo di Baghdad ha cominciato a stringere il controllo sulle ong, anche se in Iraq gli stranieri si sono tutti concentrati in Kurdistan.

Le ong hanno subito un duro colpo con il tentativo – a volte riuscito – di militarizzarle. Non ci sono solo i giornalisti embedded ma anche i cooperanti. E quando non si può più distinguere il ruolo di chi fa la guerra e di chi porta aiuto, è una doppia sconfitta per chi dovrebbe fare operazioni umanitarie e per chi dovrebbe esserne il beneficiario. In Italia, dove i soldi per la cooperazione sono stati tagliati, si arriva al paradosso che gli unici fondi vengono stanziati come quota del rifinanziamento delle missioni militari. E chi dovrebbe aborrire la guerra perché causa dei mali da curare invece è soddisfatto perché la presenza militare magari garantisce la costruzione di una casa per la società civile, la stessa che finisce sotto le bombe.

Se le ong servono a difendere gli interessi dei potenti, a fare proselitismo religioso, a giustificare interventi militari chiamati “missioni di pace”, mentre chi vuole fare cooperazione non ha i mezzi per farlo, forse dovrebbero essere proprio le ong a denunciare lo sfruttamento di uno status che per molti serve solo da copertura.