Elezioni, vincono l'astensione e le liste indipendenti

Ha votato il 33,7 per cento degli iscritti alle liste elettorali, ma poco più del 20 per cento degli aventi diritto. La maggior parte degli astenuti sono i giovani.

Tunisia, un seggio elettorale

Tunisia, un seggio elettorale

Giuliana Sgrena 8 maggio 2018

Battuta d’arresto nel processo di democratizzazione della Tunisia. I tunisini domenica hanno dato una sonora lezione alla nuova classe politica del paese. Nelle prime elezioni amministrative del dopo Ben Alì ha vinto l’astensione. Come previsto, più del previsto. Infatti ha votato il 33,7 per cento degli iscritti alle liste elettorali (5,3 milioni), ma poco più del 20 per cento degli aventi diritto al voto (8,5 milioni). C’è poco da festeggiare per i vincitori che dovranno innanzitutto affrontare una popolazione che non ha più fiducia nelle istituzioni, nemmeno in quel processo di decentramento del potere che costituiva la vera novità di questo voto. E che dovrebbe permettere uno sviluppo anche a quelle regioni della Tunisia profonda che sono sempre rimaste ai margini.


I partiti al governo oltre all’astensione dovranno fare i conti con le liste indipendenti che hanno vinto la partita a livello nazionale. Anche se i dati definitivi saranno diffusi solo oggi, ieri, a radio Shems, Riadh Bouhouch dell’Istanza superiore indipendente per le elezioni (Isie), ha parlato di «sfondamento a sorpresa delle liste indipendenti». Nei sondaggi di Sigma Conseil, che davano in testa Ennahdha con il 27,5 per cento, seguita da Nidaa Tounes con il 22,5, gli indipendenti non erano presi in considerazione. E invece sono risultati in testa anche in due circoscrizioni di Tunisi come l’Ariana e la Marsa.


A festeggiare dopo i primi sondaggi sono stati gli islamisti. Sicuramente Ennahdha è il partito più organizzato e gode di un elettorato fedele e disciplinato, ma Ghannouchi è troppo abile per abusare dei risultati (scarsi) ottenuti, del resto il suo modello Erdogan insegna ad avere pazienza prima di mostrare il vero volto dell’islamismo. Intanto può godere del successo ottenuto da Souad Abderrahim, capolista a Tunisi, e che in molti già proclamano prima sindaca donna della capitale tunisina. Forse lo diventerà, ma dovrà essere eletta dal consiglio comunale. E con il 30,7 per cento dei voti ottenuti dovrà scendere a compromessi con altri partiti o consiglieri indipendenti. Le liste indipendenti sono molto composite e diverse, al loro interno vi sono esponenti che non si riconoscono nei partiti, intellettuali, democratici, esponenti dell’ex-partito unico, persino islamisti. Ma evidentemente sono state più convincenti delle liste dei partiti.


Il 22,5 per cento ottenuto da Nidaa Tounes, che aveva vinto le elezioni del 2014, è il risultato delle crisi che hanno dilaniato il partito e il prezzo pagato da una forza che era ritenuta l’unica barriera contro l’islamismo e invece è finita a governare con Ennahdha.


Oggi avremo i risultati di 349 consigli comunali su 350 perché gli elettori di Ed Mdhilla, nel governatorato di Gafsa, dovranno tornare ai seggi domenica prossima, il 6 maggio non avevano ricevuto le schede giuste. Ad Ariana invece sulla scheda è stato sbagliato il simbolo di un partito che si è trovato rappresentato da una rosa invece che da un aeroplano. I simboli sono importanti per riconoscere la lista, l’esercizio al voto pluralista in Tunisia è recente e poi ci sono le persone anziane e gli analfabeti. Ma ad Ariana il voto non sarà ripetuto.


Tra le beffe di queste elezioni, oltre ai bambini fatti votare da Ennahdha a Tunisi, vi è stata l’impossibilità di esercitare il proprio diritto del ministro degli interni: il suo nome non risultava sul registro, si è poi scoperto che essendo un ex comandante della Guardia nazionale era ancora iscritto nelle liste dei militari e avrebbe dovuto votare la settimana prima.


Molte critiche sono state avanzate sull’operato dell’Isie sia a livello organizzativo, della gestione e della logistica dello scrutinio, che ha lasciato aperto le porte alle denunce di irregolarità del voto – denunciate soprattutto dal Fronte popolare che ha ottenuto il 5,6 per cento dei voti – e che avrebbe potuto portare anche alla contestazione dei risultati mettendo a rischio il processo democratico già indebolito dalla sfiducia dei cittadini.


Non sarà facile recuperare il consenso della popolazione e soprattutto dei giovani – pochi hanno votato – da parte delle nuove amministrazioni locali in mancanza di piani regionali di sviluppo in accordo con un piano nazionale.


Soprattutto gli eletti dovranno mantenere le promesse della campagna elettorale, a partire da quella di garantire il wifi e la connessione gratuita nei comuni conquistati da Ennahdha. C’è chi scommette che il prossimo hashtag che si diffonderà sulla rete sarà


#dov’è il wifi?


 


il manifesto 8 maggio 2018

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