Al voto tra indifferenza e sorprese

Il primo voto amministrativo dopo la rivoluzione del 2011. Si realizza la decentralizzazione del potere. Ma i tunisini sono disillusi e si teme una forte astensione.

Tunisini davanti ai manifesti elettorali

Tunisini davanti ai manifesti elettorali

Giuliana Sgrena 5 maggio 2018

Le prime elezioni municipali dopo la rivoluzione del 2011, che si terranno domenica 6 maggio, non entusiasmano i tunisini. La breve campagna elettorale, iniziata il 14 aprile, e che vede in lizza circa 50 mila candidati divisi in 2074 liste, di cui 1055 di partito, 860 indipendenti e 159 di coalizione, per eleggere 350 consigli comunali, non è riuscita a suscitare interesse. Questa indifferenza generale non ha però impedito atti di violenza durante la campagna che si è chiusa ieri sera: sedi di partito incendiate, manifesti distrutti e un militante di Nidaa Tounes, il partito del presidente Beji Caid Essebsi, pugnalato a Gafsa.


SI TEME UNA FORTE ASTENSIONE, che per la prima volta dovrebbe attribuire maggiori poteri alle amministrazioni locali. Ad agitare questo spauracchio ha contribuito la scarsa partecipazione al voto di poliziotti e militari – il 12% – che hanno potuto votare per la prima volta e l’hanno fatto con una settimana di anticipo. È stato solo l’effetto dell’appello al boicottaggio del sindacato delle forze di sicurezza o dell’atteggiamento distaccato dalla politica dei militari oppure un riflesso del sentimento comune?


Più che sui programmi e le proposte la campagna elettorale si è concentrata sugli aspetti esteriori. I manifesti hanno contribuito ad alimentare il clima folcloristico: una candidata ha posato con una t-shirt che pubblicizza una marca di whisky, altri vantano il loro ruolo di imam, una lista ha presentato le foto dei candidati maschi e le femmine senza volto, anche se la legge prevede l’alternanza di genere. Al contrario il partito islamista Ennahdha che si vuole mostrare moderno, presenta donne capolista senza velo, bionde, con jeans strappati. E sul web compaiono numerose immagini del fondatore del partito, ormai sempre in giacca e cravatta rossa, che fa selfie con donne bionde («les blondes de cheikh Ghannouchi»).


ALTRA SORPRESA: il capolista di Ennahdha a Monastir è Simon Slama, un ebreo, che difende la sua scelta perché, sostiene, Ennahdha non è più un partito religioso. E poi Ghannouchi promette internet gratuito nei luoghi pubblici dei comuni dove Ennahdha vincerà. A garantirlo è il ministro della Tecnologia, Anouar Maarouf, di Ennahdha, naturalmente.


Ghannouchi segue il modello dell’amico turco Erdogan, per ora quello dei primi tempi, ma purtroppo noi conosciamo anche quello degli ultimi. Con questo nuovo look il leader islamista è andato a Davos, mecca del capitalismo, ed è stato ricevuto da Federica Mogherini a Bruxelles, non si sa a quale titolo, visto che non ricopre alcun incarico formale. Il leader islamista, nella campagna elettorale, non ha guardato solo alla parte moderata dei suoi elettori quando ha sollecitato a votare alle amministrative perché le forze locali potrebbero diventare decisive nel caso (solo paventato) di un tentativo di presa del potere da parte dei militari (vedi il presunto golpe turco).


I DUE MAGGIORI PARTITI – Nidaa Tounes e Ennahdha – che dopo essersi scannati nelle precedenti elezioni hanno formato un governo contro-natura tra laici e islamisti, ora cercano di riposizionarsi in vista delle due scadenze elettorali del 2019 (legislative e presidenziali). Ghannouchi appare in vantaggio perché è riuscito a mantenere nel partito le correnti più diverse, dai «moderati» fino ai salafiti, esclusi quelli – presenti in altre liste – che propongono il califfato. Non solo, ha reclutato l’unico candidato ebreo ma in lista ci sono anche ex seguaci di Ben Ali


NIDAA TOUNES pare in maggiore difficoltà, anche per la disastrosa gestione del partito da parte del figlio del presidente Essebsi, Hafedh, e non rappresenta più, come nel 2014, la Tunisia laica. Sebbene la pressione del movimento delle donne abbia indotto il presidente a permettere alle tunisine di non sposare un musulmano e a formare una commissione per elaborare una proposta legislativa che permetta la parità nell’eredità (rompendo un vero tabù dell’islam). La commissione doveva riferire in febbraio ma poi, visto l’acceso dibattito, la decisione è stata rinviata a dopo le elezioni.


IL VERO INCUBO per i due maggiori partiti è rappresentato dalle liste indipendenti, almeno a giudicare dalla campagna di denigrazione lanciata nei loro confronti. Forse anche a causa di un sondaggio interno degli islamisti dal quale risulterebbe che i due grandi partiti otterrebbero il 20% ciascuno e il 60% andrebbe alle liste indipendenti, che raccolgono oltre a personalità non coinvolte nella gestione clientelare del potere o in affari di corruzione, esponenti della sinistra non candidati nelle liste del Fronte popolare (presente solo in 138 circoscrizioni), ma anche infiltrati islamisti (secondo tradizione) e benalisti. La loro competenza e onestà potrà essere giudicata solo a livello locale, così come non si possono escludere manipolazioni.


IL PERICOLO ASTENSIONE (il 61% secondo un sondaggio di gennaio di Sigma) ha mobilitato l’Isie (Istituto superiore indipendente per le elezioni), che invita al voto via Sms. «La crisi economica, finanziaria e sociale, la perdita di nostri valori, i piani di rigore inefficaci, la collusione tra uomini politici, centri di affari e baroni del contrabbando, hanno minato le speranze di un paese», scrive Hédi Chaker su Zenith che lancia il messaggio: «S.O.S. astensione, pericolo» scritto su un pacchetto di sigarette. «Votare è un diritto ma anche un dovere» è l’appello di Myriam Belkhadi, presentatrice del popolare programma tv Hiwar Tounsi. Impegnata contro l’astensione è la Lega delle tunisine elettrici (visto che il 48% degli iscritti alle liste elettorali sono donne). Ma gli ostacoli non mancano: «Alcune donne non hanno nemmeno la carta d’identità, altre lamentano la lontananza del seggio e la mentalità tradizionale che vuole le donne a casa», sostiene Sana Rahali, coordinatrice dell’associazione. L’Associazione tunisina per l’integrità e la democrazia delle elezioni ha inviato una carovana nelle zone rurali per fare informazione e Soyons actifs et active organizza cafés-débats per coinvolgere i giovani (il 32% degli iscritti alle liste ha tra 20 e 30 anni). Tra l’altro under 35 e portatori di handicap hanno delle priorità.


EVIDENTEMENTE I PARTITI non sono riusciti a comunicare che si tratta di un voto cruciale, l’ultimo passo nel processo di democratizzazione del paese, o almeno delle istituzioni. Con queste elezioni si realizza il decentramento dei poteri previsto all’articolo 12 della Costituzione del 2014: «Lo stato agisce con l’obiettivo di assicurare la giustizia sociale, lo sviluppo durevole e l’equilibrio tra le regioni». Questo sulla carta. La disparità tra le regioni interne e quelle costiere, che godono degli introiti del turismo, è enorme. E la crescita del paese si è fermata al 2,3% nel 2017 (il governo prevedeva il 3%).


Il risultato elettorale avrà un effetto anche sul governo. A premere per un cambiamento è soprattutto l’Ugtt, l’Unione generale dei lavoratori tunisini, che all’inizio aveva appoggiato la nomina del premier Youssef Chahed per la promessa della lotta alla corruzione. Ma da mesi il sindacato è mobilitato contro l’adozione da parte del governo dei diktat imposti da Fmi e Banca mondiale che hanno peggiorato le condizioni di vita dei tunisini.


NORREDINE TABOUBI, segretario generale dell’Ugtt, il 1° maggio ha ribadito che continua la lotta per realizzare la giustizia sociale, difendere i servizi pubblici, in particolare scuola, sanità e trasporti dai progetti di privatizzazione. In questo momento il sindacato sembra essere l’unica forza «politica» in contatto con i bisogni dei tunisini.


 


il manifesto 5 maggio 2018