Tunisia, 300 scomparsi. Chi li ha visti?

Trecento sono le famiglie tunisine che chiedono notizie dei loro parenti scomparsi durante la traversata del Mediterraneo. Al governo italiano chiedono una commissione d''indagine mista italo-tunisina, anche per cambiare la politica di migrazione.'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 17 gennaio 2014
Il prezzo della libertà è costato alla Tuni-sia 40.000 gio-vani che hanno lasciato il paese su imbar-ca-zioni di for-tuna. Di que-sti 1.500 sono scom-parsi in mare. Il dato si rife-ri-sce al 2011, primo anno della rivo-lu-zione, ed è for-nito da un rap-porto del Forum tuni-sino per i diritti eco-no-mici e sociali (Ftdes) dal titolo «I migranti dispersi in mare nel 2011». Nel 2012 gli scom-parsi sono stati 350.


Nes-suno potrà impe-dire a que-sti gio-vani di par-tire. «Ce ne saranno sem-pre di più, indi-pen-den-te-mente dai rischi e dalle poli-ti-che di Fron-tex, per-ché la loro par-tenza è legata alla situa-zione eco-no-mica e sociale in Tuni-sia», sostiene Mes-saoud Rom-d-hani, tra i fon-da-tori di Ftdes e vice-pre-si-dente della Lega tuni-sina per i diritti umani.


Le fami-glie degli scom-parsi non vogliono dimen-ti-care e con-ti-nuano a lot-tare per sapere cosa è suc-cesso ai loro parenti. «Che siano morti o vivi noi lo accet-tiamo, è la volontà divina. Tutto quello che vogliamo è una rispo-sta», sostiene Has-san che con-ti-nua a cer-care il fratello.


300 fami-glie si sono rivolte a Ftdes, che oltre a rac-co-gliere testi-mo-nianze e docu-men-ta-zioni sui nau-fragi è impe-gnata in una bat-ta-glia per cono-scere la sorte sugli scomparsi.


Ieri a Roma in una con-fe-renza stampa alla Camera dei depu-tati Rom-d-hani ha lan-ciato – insieme a Cgil, Coor-di-na-mento nazio-nale comu-nità di acco-glienza e Ponte per – la pro-po-sta di costi-tuire una com-mis-sione d’inchiesta italo-tunisina per cono-scere la sorte dei dispersi nel canale di Sici-lia. Alla com-mis-sione dovreb-bero par-te-ci-pare rap-pre-sen-tanti dei governi ita-liano e tuni-sino, le fami-glie degli scom-parsi, espo-nenti della società civile ed esperti indi-pen-denti. La pro-po-sta, già sot-to-po-sta alla Com-mis-sione per i diritti umani del senato, ieri pome-rig-gio è stata pre-sen-tata al vice-mi-ni-stro dell’interno Bubbico.


In que-sta due giorni a Roma, Rom-d-hani e le asso-cia-zioni che sosten-gono l’iniziativa del Ftdes in Ita-lia, hanno orga-niz-zato gli incon-tri con il governo per tro-vare rispo-ste per le fami-glie tuni-sine. Non è la prima volta che que-ste richie-ste sono avan-zate al governo ita-liano, una dele-ga-zione dei fami-liari degli scom-parsi è già venuta in Ita-lia nel gen-naio 2012. Allora la pro-po-sta era di con-fron-tare le impronte digi-tali, ma non se ne è mai fatto nulla.


L’unica con-creta rispo-sta ita-liana è quella dei respin-gi-menti, attuati in base a un accordo «prov-vi-so-rio» con-cluso il 5 aprile del 2011 dal mini-stro Roberto Maroni con il suo omo-logo tuni-sino Habib Essid, che faceva parte del governo di tran-si-zione. Allora il pre-mier Essabsi aveva pre-ci-sato che in base all’accordo il governo ita-liano avrebbe con-cesso 22.000 visti Schen-gen con la vali-dità di tre mesi, ma 800 tuni-sini sareb-bero stati rim-pa-triati. La scelta dei rim-pa-tri in base a quale cri-teri è stata fatta? Non si è mai saputo. E a pro-po-sito di respin-gi-menti (che con-ti-nuano) Rom-d-hani ha ricor-dato che in Tuni-sia non è pre-vi-sto il diritto d’asilo, anche se la società civile sta lot-tando per otte-nerlo. Di con-se-guenza «la Tuni-sia non può assi-cu-rare la pro-te-zione delle per-sone con-si-de-rate in uno stato di peri-colo nel loro paese di origine».


Le fami-glie degli scom-parsi non si arren-dono, ma alcuni hanno perso la spe-ranza. Tre madri hanno ten-tato il sui-ci-dio. Jan-net Rhimi, madre del gio-vane Wis-sem, scom-parso dal 29 marzo del 2011, si è data fuoco il 21 aprile del 2012 e ha ripor-tato gravi ustioni. Altre madri con-ti-nuano la ricerca attra-verso foto, imma-gini che hanno visto alla tele-vi-sione. Non si può ela-bo-rare un lutto se non c’è la cer-tezza della morte.


In Ita-lia vi sono tante tombe senza un nome, si potrebbe fare un con-fronto del Dna, sug-ge-ri-sce Piero Sol-dini, respon-sa-bile immi-gra-zione della Cgil. La Cgil dopo la rivo-lu-zione ha con-so-li-dato i rap-porti con il mag-giore sin-da-cato tuni-sino, Ugtt, e ha costruito una rete di infor-ma-zione sui migranti che dovrebbe coin-vol-gere tutti i paesi del Mediterraneo.


Il rap-pre-sen-tante del Ftdes ha sot-to-li-neato la neces-sità di una col-la-bo-ra-zione tra le società civili delle due sponde del Medi-ter-ra-neo per cam-biare la poli-tica sulla migra-zione. E pro-prio ieri era in discus-sione al Senato la revi-sione della legge Bossi-Fini con la can-cel-la-zione del reato di clandestinità.


Cam-biare poli-tica per «assi-cu-rare dignità e rispetto alle per-sone in fuga da fame e guerre. Le poli-ti-che vanno ela-bo-rate a par-tire da que-sto prin-ci-pio ele-men-tare», sostiene Armando Zap-po-lini, pre-si-dente nazio-nale del Cnca.


Pur-troppo l’Italia e l’Europa hanno visto le rivo-lu-zioni in corso nei paesi arabi non come un’opportunità di nuovi rap-porti da sta-bi-lire nello spa-zio comune del Medi-ter-ra-neo ma solo come il peri-colo di uno «tsu-nami» (Maroni) migra-to-rio. E invece la società civile ha dimo-strato al Forum sociale mon-diale, che si è tenuto lo scorso marzo pro-prio a Tunisi, che una cit-ta-di-nanza medi-ter-ra-nea è pos-si-bile. Occorre dun-que raf-for-zare l’alleanza tra gruppi della società civile altri-menti «ogni sforzo di soli-da-rietà nel Medi-ter-ra-neo rischia di essere solo una stam-pella agli accordi com-mer-ciali e al con-trollo e alla mili-ta-riz-za-zione delle fron-tiere», ha insi-stito Dome-nico Chi-rico, diret-tore di Un ponte per.


E la società civile tuni-sina è molto attiva e lo è stata per impe-dire che la costi-tu-zione, che si sta per varare, facesse arre-trare il paese sui prin-cipi fondamentali.


«Nono-stante la forte pre-senza di Ennah-dha al potere e nell’Assemblea nazio-nale costi-tuente molti cam-bia-menti sono stati fatti rispetto alla prima bozza che voleva intro-durre la sha-ria come fonte legi-sla-tiva o ridurre i diritti della donna a com-ple-men-tari di quelli dell’uomo. Molti pro-gressi sono stati fatti ma restano delle ambi-guità, come l’islam reli-gione di stato; ai tempi di Bur-ghiba l’islam era la reli-gione dei tuni-sini non dello stato. Quindi per quanto riguarda gli arti-coli ambi-gui dipen-derà dall’interpretazione futura e dalla mobi-li-ta-zione della società civile per con-trol-larne l’evoluzione».


«Insomma – con-clude Mes-saoud Rom-d-hani, – il dia-volo è nei dettagli».


[i]il manifesto 17 gennaio 2014
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