Assalto integralista al festival del cinema

Si proiettava "Né Allah, né padrone"

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 28 giugno 2011

I barbuti che si vedono nel film di Nadia el Fani «Né Allah né padrone» sono senza dubbio meno aggressivi di quelli che domenica sera hanno assalito gli spettatori che assistevano alla proiezione della pellicola a Tunisi. Le vetrate del CinemAfricArt sulla centrale avenue Bourghiba sono state frantumate per dare la possibilità a un centinaio di islamisti di fare irruzione nel cinema per interrompere la proiezione al grido di «La Tunisia è uno stato islamico» e «il popolo vuole criminalizzare la laicità» .
I primi ad essere colpiti sono stati il proprietario della sala, il cui viso è stato cosparso del contenuto di un lacrimogeno, i due operatori e i registi presenti. Poi tutti gli spettatori sono stati minacciati di morte e quando hanno cercato di fuggire si sono trovati intrappolati: gli islamisti avevano chiuso le porte. E la polizia è intervenuta solo un''ora dopo. Nonostante la zona sia sempre presidiata dalle forze dell''ordine.
La rassegna cinematografica «Giù le mani dalla mia creatività» doveva servire a denunciare le aggressioni subite negli ultimi tempi dagli artisti tunisini. Particolarmente nel mirino - anche se l''altro ieri, al momento dell''aggressione, non era presente - proprio Nadia el Fani, regista del film sulla laicità in Tunisia, oltre che di un documentario trasmesso dalla televisione. I barbuti avevano già reagito con un post su Facebook che invitava a coprire Nadia con «dieci milioni di sputi». «È contro la democrazia, proprio quella democrazia per cui ci siamo battuti il 14 gennaio», è la reazione dell''ong Tunisie Tolérence.
Già, la democrazia che si scontra con la teocrazia propugnata dai barbuti quando inneggiano allo stato islamico. È questa la sfida cui si trovano di fronte i democratici tunisini: garantire la democrazia anche a coloro che la negano oppure individuare delle regole che impediscano loro di nuocere? Il movimento islamista più radicale e violento, Tahrir, non è stato legalizzato ma questo non impedisce che il venerdì possa manifestare in avenue Bourghiba e fin davanti al parlamento con alla testa barbuti con djellaba urlanti e donne con il niqab - velo integrale - che hanno chiesto di poter avere documenti con le foto con il velo e l''hanno anche ottenuto. Immagini che ricordano l''Algeria del 1989.
Anche Ennahda, il movimento islamista di Rachid Ghannouchi, considerato «moderato» per il linguaggio pragmatico usato nelle sedi ufficiali, comincia a ribellarsi ai compromessi inevitabili in un difficile processo di democratizzazione. Ennahda si è ritirata «definitivamente» dalla commissione per le riforme, perché non riconosce la legittimità dell''organismo che non afferma il principio del consenso. Si tratta del Comitato per il raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione formato all''indomani della fuga di Ben Ali. Una prima protesta Ennahda l''aveva fatta per il rinvio delle elezioni, che avrebbero dovuto svolgersi il 24 luglio e invece si terranno il 23 ottobre. Inoltre Ennahda è contraria a una legge che regoli il finanziamento dei partiti: teme vengano bloccate le ingenti risorse che arrivano agli islamisti dall''Arabia saudita.
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