La sfida islamica nelle banlieues

Nei luoghi della rivolta gli islamisti cercano un''influenza che non avevano'

globalist syndication

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Redazione 13 gennaio 2006
«Quelle organizzazioni islamiste che oggi si sono piazzate davanti nelle banlieues, pronte a mediare per meglio servire la propria causa... nonostante i loro appelli alla calma, mi ricordano pericolosamente ciò da cui sono fuggita in Algeria. So che il contesto è diverso, che la Francia non è l''Algeria, ma ho paura. Non voglio più rivivere quello che ho vissuto laggiù. Mai più», scrive Meriem Khelladi, funzionaria Onu e vicepresidente di «Ni putes, ni soumises». Il rischio Algeria paventato da Meriem Khelladi esiste davvero? In molti, tra coloro che hanno vissuto la rivolta di Algeri del 1988, le immagini delle rivolte delle banlieues hanno suscitato ricordi e timori. Nelle banlieues francesi i fuochi di novembre ora sono spenti ma è rimasto tutto il disagio sociale che li ha provocati. Che per i giovani delle periferie è più devastante ma non risparmia nemmeno i figli di quegli immigrati che sono riusciti a «inserirsi», trasferendosi in quartieri più decenti.
Ma a cosa aspirano questi immigrati di seconda-terza generazione? Anzitutto ad essere visibili: «Noi siamo in Francia ma non ci siamo davvero, vogliamo far parte del panorama francese»: cioè essere cittadini a tutti gli effetti. «Io mi dico francese solo quando vado all''estero», sostiene il giovane Kemal. Problemi sociali e di identità che, insieme, provocano una miscela esplosiva.
Lo scarto sembra incolmabile anche tra le generazioni. I genitori erano venuti in Francia per lavorare: sono stati sfruttati, ma sapevano cosa li aspettava, credevano che si trattasse di una fase transitoria e che poi sarebbero tornati. Per loro la possibilità di tornare nel paese di origine è sempre esistita, almeno nell''immaginario, e li ha aiutati a sopportare pessime condizioni di vita. Qualcuno per orgoglio aveva anche rifiutato il passaporto francese. L''Algeria era appena al di là del mare, ed erano ancora vivi i valori che avevano guidato la guerra per l''indipendenza. Le condizioni per tornare, però, non si sono quasi mai realizzate. Anzi, altri algerini hanno abbandonato il paese negli anni della violenza integralista, e le fila si sono ingrossate con tanti arrivati da altri paesi.
Chi ha potuto ha messo su famiglia in Francia, ma i figli non hanno mai trovato un loro posto. «Noi vivremo ancor peggio di come hanno vissuto i nostri genitori», afferma Malika, che lavora come segretaria e si sente umiliata per come la tratta il suo capo. Non peggio di come viene considerata Nadia, quarantenne, costretta anche lei a un lavoro d''ufficio dopo anni di giornalismo in Algeria, abbandonata sotto la minaccia degli islamisti. E il disagio non è minore per Yacine, nato in Francia, che pure ha potuto andare all''università e trovare un lavoro decente come psicologo. A trent''anni non riesce a trovare le proprie radici: non si sente francese né algerino e rimprovera il padre di aver tagliato i ponti col suo passato. Adesso è lui a pensar di attraversare il Mediterraneo, mentre il padre non ci pensa proprio.
Per chi non riesce a trovare una propria identità, anche un paese da cui i giovani fanno di tutto per fuggire può rappresentare un miraggio. Non per Samir, arrivato in Francia solo quattro anni fa. Per lui la vita non è facile, vive in una delle banlieues «in fiamme», ma a differenza di molti altri suoi compagni è impegnato politicamente nel Forum sociale - che ha pochi adepti in questi quartieri, dove «i giovani sono più interessati alla musica e al divertimento», dice un po'' sconsolato.
Le associazioni politiche e culturali si sentono impotenti: «Il governo ha tagliato i finanziamenti alle associazioni di banlieue e questo ha peggiorato la situazione, non ci sono più nemmeno luoghi di aggregazione». I partiti della sinistra, che ancora governano le banlieues, non hanno più una presenza politica sul territorio.

Un problema complesso
«Non è vero che i genitori non hanno trasmesso la loro cultura, spesso sono stati i figli a non volerla assumere», ammette Samir. E, aggiunge, a volte è stato il fatto di abbandonare il quartiere di origine, il trasferimento in una zona più agiata, dove naturalmente si vive meglio ma cambia il modo di vivere, di vestire, il linguaggio; è questo «imborghesimento» a far perdere i punti di riferimento, in mancanza di quelli territoriali. Che, sempre secondo Samir, sono un elemento di identificazione importante.
Mentre la religione, che negli ultimi anni è sembrata essere l''unico collante delle proteste, ora sembra assente. «I giovani pongono problemi reali: lavoro, case. Figuratevi se stanno ad ascoltare chi dice che non bisogna stringere la mano ad una ragazza e che non si può comunicare con le donne nemmeno via internet perché tra di loro potrebbe intromettersi il diavolo!». Ma poi il ministro degli interni Nicolas Sarkozy ha chiamato in campo gli islamisti per fare da mediatori, attribuendo alla religione un ruolo che non aveva avuto nei fatti di novembre - anche perché non tutti i casseurs erano mussulmani.
Un''occasione che gli imam non si sono lasciati sfuggire: «E'' vietata ai mussulmani la trasgressione e l''ingiustizia; non trasgredite perché Dio non ama i trasgressori», una fatwa (sentenza coranica) fatta su misura per i «difensori dell''ordine». Che non ha avuto nessuna eco tra gli incappucciati che incendiavano le auto - loro non sanno nemmeno cosa sia l''Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (Uoif), rappresentante ufficiale di una buona fetta dell''islam francese, certo non il più moderato. Ma che ha permesso agli islamisti di riappropriarsi dello spazio mediatico, per un breve tempo occupato da chi era realmente a contatto con la rivolta delle banlieues perché ci vive: come Mimouna Hadjam, algerina, laica, femminista, comunista, per il governo certo più pericolosa dei casseurs. Per questo è stata subito sostituita nei dibattiti tv dal predicatore dell''Uoif Hassan Iquioussen e dal «moderato» Tariq Ramadan, ansiosi di stabilire un''egemonia sui rivoltosi. Forte della nomina a consulente del premier britannico Tony Blair per la lotta contro l''estremismo islamico in Gran bretagna, Ramadan si presenta ora anche come il mediatore di Sarkozy, senza far distinzione tra l''approccio comunitarista inglese e quello assimilazionista francese: ogni scorciatoia all''islamizzazione dell''Europa è buona per il fratello Tariq, buon adepto della tradizionale tattica dei Fratelli musulmani.

La rivolta del cuscus
I timori di una deriva «all''algerina» non sono quindi infondati. La cosiddetta «rivolta del cuscus» del 1988 in Algeria era una ribellione contro la mancanza di libertà imposta dal partito unico, contro la corruzione imperante e l''ingiustizia. A guidarla, sebbene clandestinamente, era stata la sinistra, i sindacati, ma qualche giorno prima dell''esplosione i leader più carismatici erano finiti tutti in carcere e torturati. Anche allora, come lo scorso novembre in Francia, la rivolta non aveva nulla a che vedere con gli islamisti, che peraltro non avevano ancora fatto la loro apparizione sulla scena politica. Anche allora era stato imposto lo stato di emergenza e gli islamisti avevano colto l''occasione per porsi come mediatori nei confronti delle autorità, in quel caso il presidente Bendjedid Chadli. Il seguito è noto. La Francia non è l''Algeria, ma il precedente algerino avrebbe potuto insegnare molto sul terrorismo a tutto l''occidente.
Del resto la rete internazionale cui fanno riferimento gli islamisti è sempre la stessa, quella dei Fratelli musulmani, caratterizzata dal doppio linguaggio che ha permesso loro di inserirsi nella politica egiziana (nonostante l''esecuzione del loro fondatore Hassan al Banna nel 1949) tanto da diventare, dopo le ultime elezioni, una possibile alternativa a Mubarak persino per gli Usa. Per questo i neocons americani hanno consigliato alla Casa bianca di prendere contatti con i Fratelli musulmani in Egitto fin dal giugno dello scorso anno, «prima di trovarsi di fronte a un potere ostile».
Intanto la nuova situazione ha imposto agli islamisti, che prima si dedicavano al dibattito sull''islam sul versante identitario (velo, ecc.) una riconversione sul sociale. «Il centro del dibattito non è religioso ma sociale», si è affrettato a sostenere Ramadan su Le Monde, dando indicazione ai suoi seguaci di occuparsi di case, lavoro e scuole. Ramadan ha capito che per raggiungere l''obiettivo finale (islamizzare l''Europa) occorre ripartire dalle banlieues, dove finora aveva poco seguito: il suo discorso «rivoluzionario» aveva maggiore appeal tra gli intellettuali delle classi medie e alcuni militanti della sinistra che tra gli immigrati emarginati. Tuttavia il nipote di Hassan al Banna, in continuità con l''ispirazione fondamentalista del nonno e del padre, ha una carta importante da giocare nelle banlieues: un''alternativa al concetto di cittadinanza.
Il problema dei giovani più emarginati è quello della discriminazione: non si sentono «francesi» come indica il loro passaporto, quindi sono alla ricerca di un''identità che non può essere rappresentata nemmeno dal paese di origine dei genitori, perché non l''hanno assimilata. Ramadan può offrire un senso di appartenenza: una cittadinanza alternativa, quella della Umma, la comunità dei musulmani, che supera tutte le frontiere. Una proposta che lui ben interpreta dando una dimensione comunitaria della fede basata più che sul sapere religioso sull''assunzione di responsabilità rispetto ai fratelli, anche quelli che si trovano al di fuori delle frontiere, nuovi adepti per il jihad, in Afghanistan come in Iraq, dopo l''Algeria. E questa dimensione «rivoluzionaria» può fare presa sui giovani anche se non religiosi. Per restare all''Europa, l''obiettivo di Ramadan è quello di rafforzare l''identità religiosa senza autoghettizzarsi nel comunitarismo ma aprendosi alla società; respingendo anche l''assimilazionismo francese, ma sfruttando entrambi - come dimostra la collaborazione con Blair e Sarkozy. Perché l''obiettivo è quello di islamizzare l''Europa, più che garantire i diritti ai mussulmani o affrontare i problemi sociali delle banlieues: e con l''appoggio di una parte della sinistra, affascinata dalla sua immagine di «rivoluzionario no global», che in linguaggio religioso musulmano si traduce in «riformatore salafita». Contro il quale si batte invece una nuova corrente di «riformatori progressisti» che sostiene la «teologia della minoranza», una sorta di teologia della liberazione nell''islam.'