I diritti delle donne finiscono in cella

Nel regno di MbS, divenuto il secondo importatore di armi al mondo per effetto della guerra in Yemen, arrestate le paladine della lotta per la libertà di guidare

Donna saudita che guida l'auto

Donna saudita che guida l'auto

Giuliana Sgrena 23 maggio 2018


L’ultimo dei paradossi o delle ipocrisie saudite: a meno di un mese dall’entrata in vigore della legge che permetterà, finalmente, alle donne saudite di guidare, tre delle paladine della lotta per le donne al volante sono state arrestate sabato scorso. Loujain al-Hathloul, Aziza al-Yousef ed Eman al-Nafjan, molto conosciute nel regno per le loro lotte a favore dei diritti delle donne, sono state arrestate insieme ad altre quattro persone con l’accusa di avere avuto «contatti sospetti» con non meglio precisate entità straniere e di aver fornito loro «soldi con l’obiettivo di destabilizzare il regno». Accuse degne dei regimi dittatoriali più infami e che da sole basterebbero o far crollare la nuova immagine che il pretendente al trono, il principe Mohamed bin Salman (noto come MbS), cerca di accreditare in occidente, di un’Arabia saudita moderna e in fase di democratizzazione.
Se la modernità si giudica dal faraonico progetto Neom, con l’investimento di 500 miliardi per costruire sul Mar rosso un nuovo hub per il turismo di alto livello, probabilmente chiuso ai sauditi, allora certamente si può parlare d’innovazione. Ma questa modernità non riguarda i diritti delle donne saudite, anche se sono stati utilizzati alcuni specchietti per le allodole: accesso agli stadi un paio di volte, l’annuncio della riapertura dei cinema dopo 35 anni di chiusura, una «fashion week» con sfilate di modelli degli stilisti più famosi riservati alle donne e vietate anche ai giornalisti. La sfilata, che ha avuto ampia eco anche in occidente, si è tenuta nel lussuoso hotel Ritz-Carlton, già prigione d’oro di centinaia di principi e uomini d’affari colpiti dalla campagna anti-corruzione o semplicemente messi fuori gioco perché contrari all’ascesa fulminante al potere assoluto di MbS.
Il principe del resto è avvezzo alla subdola ipocrisia come quando, dopo la destituzione del precedente successore al trono, gli aveva baciato la mano dicendo: «Il vostro sostegno e il vostro consiglio mi saranno sempre necessari». Ottenuta una concentrazione di poteri senza precedenti in Arabia saudita, il giovane principe (32 anni) doveva pur concedere qualche attenuazione nella discriminazione delle donne che non ha simili in nessun paese del mondo, a partire dalla guida. I video delle donne che sfidavano il divieto di guidare erano diventati virali a livello mondiale. E poi il fatto che le donne dovessero avere un autista privato – non esistendo in Arabia saudita servizi
pubblici – contrastava con le difficili condizioni economiche di molte famiglie e quindi conveniva fare di necessità virtù.
La decisione oramai inevitabile non è stata comunque digerita dai più oltranzisti difensori del wahabismo ortodosso che hanno sostenuto paradossalmente che il permesso di guidare alle donne avrebbe rovinato le famiglie e anche le loro ovaie! E in difesa del divieto è comparso l’hashtag #tu non guiderai.
Tuttavia, per i più realisti, l’importante è non toccare quello che resta il caposaldo dell’oppressione della donna saudita: il tutore, sempre e comunque esclusivamente maschio, padre, marito o fratello che sia. Ancora necessario alle donne per poter svolgere la maggior parte delle loro attività.
Se finora MbS ha giocato sulla condizione delle donne non potrà continuare invece a nascondere le difficoltà provocate dalla guerra da lui lanciata in Yemen contro gli houthi (sciiti filo-iraniani), che hanno portato l’Arabia saudita a diventare il secondo importatore mondiale di armi. E a coprire le difficoltà economiche non basterà la vendita del 5% della compagnia petrolifera Aramco compresa nel progetto di Vision 2030, che dovrebbe portare l’Arabia saudita a non contare più solo sulle risorse petrolifere.


il manifesto 22 maggio 2018