La rivoluzione è femmina ed è appena cominciata

Le donne sono state protagoniste delle rivolte del 2011 per affermare la parità di genere. I successi delle tunisine indicano la strada.

Manifestazione di donne a Tunisi

Manifestazione di donne a Tunisi

Giuliana Sgrena 12 novembre 2017

«La rivoluzione è femmina ed è appena cominciata», mi avevano ripetuto donne arabe, di diversi paesi, nel 2011 quando scoppiarono le rivolte. Allora sembrava una velleità femminista, ma non era così. Certo, i tempi delle rivoluzioni sono lunghi, ma l’effetto è visibile nelle loro lotte e anche nelle loro conquiste. Non sufficienti ma significative.


Ma chi si ricorda delle rivolte arabe? E come potrebbe? Questo legame non è percepito da gran parte della stampa occidentale che, nel 2011, sorpresa dalle rivolte «improvvise» ne aveva esaltato la portata per poi archiviarle come fallite dopo che la militarizzazione – in Libia e in Siria – ne aveva cambiato natura.


Il paese che più di altri, non senza ostacoli, ha perseguito gli obiettivi rivendicati soprattutto dalle donne (parità uomo donna) è senza dubbio la Tunisia. Le tunisine già organizzate e combattive sono riuscite a impedire che gli islamisti di Ennahdha nella costituente intaccassero i diritti già sanciti da Bourghiba nello statuto personale del 1956 (abolizione della poligamia, diritto al divorzio e all’aborto, suffragio universale e diritto allo studio). Una base da cui partire per poter acquisire altri diritti e realizzare quella parità che per ora è solo sulla carta. Primi obiettivi: la parità nell’eredità (le donne nei paesi musulmani ereditano la metà dei maschi, com’era ai tempi del Profeta) e la possibilità – che già esiste per i maschi – di sposare un non musulmano. Non solo.


Il 26 luglio è stata approvata la legge contro la violenza sulle donne che comprende anche l’abolizione dell’odioso articolo 227 bis del codice penale che garantiva il «perdono» agli stupratori che sposavano la loro vittima. Un successo che ha innescato una campagna internazionale per l’abolizione di leggi simili anche in altri paesi. E l’effetto Tunisia si è subito visto in Giordania e in Libano. L’1 agosto in Giordania è stato abolito il famigerato articolo 308, che risaliva agli anni 60 del secolo scorso e che garantiva l’impunità allo stupratore se sposava la vittima. La Giordania tuttavia non è ancora riuscita a eliminare la piaga del delitto d’onore i cui dati ora si confondono con il femminicidio. In Libano, dopo otto mesi di dibattito in parlamento – durante i quali le donne hanno manifestato in piazza indossando abiti da spose – finalmente, il 17 agosto, è stato eliminato l’articolo 522 che garantiva l’impunità dello stupratore in cambio del matrimonio riparatore.


Lo scoglio più duro per le tunisine (e per tutte le donne musulmane) era rappresentato dal tabù dell’eredità legato al Corano. Che nessuno aveva infranto eccezion fatta per Ataturk negli anni venti del secolo scorso in Turchia.


La risposta è arrivata dal presidente della repubblica Beji Caid Essebsi che, durante la celebrazione della giornata della donna il 13 agosto, ha annunciato la creazione di una commissione speciale con il compito di redigere un testo di legge adeguato per raggiungere l’uguaglianza dell’eredità tra i due sessi. Il tabù dell’eredità finalmente è crollato ma non sarà facile realizzare una legge paritaria per l’opposizione innanzitutto degli islamisti, ma non solo. Il presidente ha sostenuto anche che è necessario emendare il decreto del ‘73 che impedisce alle tunisine di sposare un non musulmano. E il 14 settembre il ministro della giustizia, Ghazi Jeribi, ha firmato una circolare che annulla quella del ’73 perché – ha spiegato - è contro la Costituzione tunisina e gli accordi internazionali sottoscritti dalla Tunisia. La rivoluzione dei Gelsomini può vantare i suoi successi.


Maggior clamore ha suscitato la decisione di re Salman dell’Arabia saudita – paese che non è stato investito dalle rivolte ma il regno è terrorizzato dal pericolo di contagio - che il 26 settembre con un decreto ha sancito il diritto delle donne a guidare la macchina. Il regno saudita era l’unico paese al mondo a vietarlo, sebbene il divieto non fosse stabilito da una legge. In Arabia saudita, dove regna una teocrazia wahabita – versione ultraconservatrice dell’islam – sono le fatwa dei religiosi a imporre lo stile di vita. La segregazione sessuale impone alle donne una separazione dai maschi in tutte le loro attività e l’obbligo di avere un guardiano che controlla tutti i loro movimenti e che le deve accompagnare nei viaggi. Così, non potendo guidare, le donne erano obbligate ad avere un autista di fiducia (del guardiano), una spesa ingente nel momento in cui il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto le entrate. Ma perché le saudite, le più discriminate delle donne al mondo, hanno fatto della possibilità di guidare la loro battaglia principale che è costata cara: quelle che si sono messe al volante per protesta sono finite in carcere e hanno perso il lavoro? Perché i loro video, diventati subito virali, hanno fatto conoscere al mondo intero le condizioni di apartheid in cui vivono. Alla base vi è il principio della libertà: «non per guidare ma per vivere», aveva spiegato Manal al Sharif, diventata un’icona della donna al volante.


Certo si tratta di una concessione di una monarchia wahabita, ma non svilirei le donne che hanno lottato anni, decenni per ottenerla, come hanno fatto alcune femministe italiane. Battersi contro una teocrazia che allunga i tentacoli in tutta la tua vita quotidiana non è facile, se poi ti accusano di apostasia rischi la pena di morte.


Ad opporsi alla guida erano i religiosi oltranzisti perché questa libertà avrebbe distrutto le famiglie, oltre a rovinare le ovaie delle donne che peraltro hanno solo «un quarto di cervello», come ha detto recentemente lo sceicco Saad al Hajri.


Ora tutti questi religiosi si saranno rassegnati ad accettare le nuove leggi?


In Arabia saudita sono sul libro paga del re e forse sarà più facile convincerli, tanto più che il re ha garantito che il diritto di guida sarà concesso in accordo con la sharia (legge coranica) e per attuarla (nel giungo del prossimo anno) c’è tempo e tutto può succedere.


Anche in Tunisia la concessione della parità nell’eredità (non ancora legge) trova molte opposizioni e non solo tra i religiosi più conservatori. La libertà delle donne fa paura a molti.