Tunisia, il coprifuoco non ferma la protesta

Il presidente della repubblica Essebsi: le proteste sono legittime e il governo dovrà trovare i soldi per creare posti di lavoro, ma tra i manifestanti vi sono infiltrati.

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 23 gennaio 2016
Dopo un’altra giornata di proteste e di saccheggi in diverse città della Tunisia, ieri mattina il ministro dell’interno ha annunciato il coprifuoco esteso a tutto il paese dalle 20 alle 5 del mattino.
Questa misura si aggiunge allo stato di emergenza in vigore dal novembre scorso quando un bus della Guardia nazionale era stato attaccato da terroristi. La situazione è grave se il presidente Beji Caid Essebsi ieri sera ha deciso di pronunciare un discorso alla nazione.

Le proteste dei giovani disoccupati che rivendicano il diritto al lavoro, appoggiati dall’Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt), non cesseranno senza risposte concrete. L’Ugtt ha espresso la solidarietà alle rivendicazioni «legittime» dei disoccupati ricordando di aver messo in guardia il governo circa lo sviluppo di movimenti di protesta a causa di una politica di emarginazione delle regioni interne del paese e all’assenza di una soluzione per la mancanza di lavoro dei giovani. Ancora una volta, com’era accaduto cinque anni fa, infatti, la protesta parte proprio dalle zone interne e più disagiate della Tunisia. Ben poco è cambiato dalla caduta del dittatore e la delusione è grande. Ma c’è anche chi soffia sul fuoco del malessere diffuso.

Il primo ministro Habib Essid, nel suo intervento al vertice di Davos, ha ammesso il fallimento della politica finora seguita e ha annunciato la necessità di un nuovo modello di sviluppo basato sulla giustizia sociale. Troppo poco e troppo tardi: mentre il premier parlava, il paese era già in fiamme e ha dovuto rientrare anticipatamente a Tunisi. Anche perché il portavoce del nuovo governo – che si è formato il 6 gennaio –, al termine di una riunione dei ministri con esponenti di Kasserine, che si è tenuta mercoledì sera a Tunisi, ha riferito delle misure che non corrispondevano alle decisioni
prese. Khaled Chauket ha annunciato 5.000 nuovi posti di lavoro per Kasserine, la città dove è iniziata la rivolta sabato scorso dopo che Ridha Yahyaoui era morto folgorato su un palo della luce. La notizia aveva alimentato la protesta in tutte le maggiori città del paese per ottenere gli stessi provvedimenti
varati per Kasserine. Peccato che i 5.000 posti di lavoro siano previsti complessivamente per tutto il paese, altri 1.410 riguardano invece la regolarizzazione di lavoratori di cantieri statali (che prendono un misero stipendio).
Una semplice gaffe? Improbabile che si sia confuso, anche perché il suo passato di islamista convinto (anche se poi è passato a Nidaa Tounes, partito laico che guida il governo) fa pensare a qualche interesse nel mettere in imbarazzo il partito del presidente Essebsi (strategia seguita da Ennahdha). È stato subito smentito dal ministro delle finanze Slim Chaker,
mentre Essib ha convocato un nuovo consiglio dei ministri per sabato.
In attesa di nuovi sviluppi, il leader del Fronte popolare Hamma Hammami ha criticato il governo che reagisce alle proteste «con tranquillanti e sperperando danaro pubblico».

Sebbene ci siano motivazioni reali e legittime per le rivendicazioni dei manifestanti, nel paese si stanno verificando infiltrazioni di elementi interessati a radicalizzare lo scontro. Alle prime manifestazioni pacifiche, infatti, sono seguiti assalti e saccheggi di governatorati e istituzioni
pubbliche realizzate da giovani (dai 10 anni in su) molti dei quali coperti con passamontagna. Il vicesegretario dell’Ugtt, Sami Tahri, ha rivelato di avere notizie certe di soldi distribuiti ai giovani di Kasserine, Thala e Hidra per spingerli ad atti di vandalismo. Inoltre, l’esercito ha intercettato due
asini carichi di mine, una cintura esplosiva, 50 kg di nitrato d’ammonio, vestiti vari, in una zona montuosa vicino a Kasserine, dov’ è avvenuto uno scontro con i terroristi.

Per evitare il rischio di inquinamento della protesta stanno nascendo comitati per proteggere le istituzioni, simili ai comitati di difesa popolare creati durante la rivoluzione del 2011.

[i]il manifesto 23 gennaio 2016[/i]