Chi può sconfiggere l''Isis '

Solo il progetto alternativo - laico e democratico - delle Unità di difesa popolare del Rojava può contrastare i fascisti sostenitori del Califfato.

globalist syndication

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Redazione 26 giugno 2015
Chi riuscirà a sconfiggere i terroristi dell’Isis? Solo chi ha un progetto di società alternativo a quello fondamentalista del califfato e dei suoi sostenitori, a oriente e a occidente.

L’alternativa si basa sul Contratto sociale del Rojava, un progetto rivoluzionario portato avanti dai kurdi che finora hanno inferto le più cocenti sconfitte, anche se purtroppo non definitive, ai seguaci di al Baghdadi. Un progetto per la costruzione di una società laica, democratica ed egualitaria, dove possano vivere liberamente e pacificamente diverse etnie, confessioni, culture e identità. Sul piano economico propone uno sviluppo ecologicamente compatibile contro lo sfruttamento umano e della natura, incompatibile con il liberismo. Il riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna rappresenta forse, nell’immaginario dell’Isis, il nemico peggiore. Non a caso l’Isis ha proclamato le donne «il nemico numero uno». Sono state infatti le combattenti kurde dell’Unità di difesa delle donne a far crollare le certezze di coloro che combattono in nome di dio convinti che il martirio durante il jihad rappresenti il viatico per il paradiso dove li attendono le vergini. E invece si sono trovati sulla loro strada le “streghe” del Rojava che hanno inferto un duro colpo alla loro ideologia.

Le donne come gli uomini del Rojava combattono per un ideale, per costruire una società più giusta, democratica e laica; per questo fanno paura, non solo all’Isis, ma a tutte le teocrazie della regione, innanzitutto alla Turchia che proprio ieri ha favorito il rientro a Kobane dei fascisti – perché chi sgozza, stupra, terrorizza la popolazione e distrugge la cultura e l’arte non può essere definito diversamente – dell’Isis. La Turchia è la principale responsabile degli aiuti forniti ai jihadisti che combattono in Siria e nello stesso tempo blocca il passaggio degli aiuti umanitari per la popolazione di Kobane, rimasta senza casa, senz’acqua, senza elettricità.

Erdogan è spaventato anche per il successo ottenuto nelle ultime elezioni dal Partito democratico del popolo (Hdp) che condivide il progetto politico del Rojava, ispirato peraltro dal leader kurdo Ocalan, rinchiuso nel carcere di Imrali. I kurdi rinunciando all’indipendenza (un sogno che si è verificato irrealizzabile), pur chiedendo un’autonomia all’interno della Turchia o della Siria di cui gode già il Kurdistan iracheno, hanno fatto del modello sociale da costruire il loro obiettivo politico. Non hanno aspettato di aver sconfitto il nemico per applicarlo, né in Siria e nemme
no in Turchia, dove hanno anche deposto le armi. Erdogan, che si era detto pronto al dialogo per la soluzione della questione kurda, è rimasto spiazzato. Nel frattempo la lotta per il parco di Gezi ha permesso ai kurdi di costruire nuove alleanze e il risultato si è visto il 7 giugno (elezioni). Il nuovo sultano ha reagito istericamente e, rispondendo all’appello dell’Isis che vuole rafforzare i combattimenti durante il Ramadan, ha favorito ancora una volta il passaggio di jihadisti.

A Kobane si torna a combattere in queste ore, ma i partigiani della rivoluzione non cederanno, anche se le loro armi sono poche e obsolete il loro progetto rivoluzionario – che ha eliminato anche la pena di morte - è più forte del fanatismo oscurantista di chi non seppellisce i corpi dei combattenti se sono caduti per mano di una donna, perché non potranno accedere al paradiso.


[i]il manifesto 26 giugno 2015[/i]