L''ideologia dell''islam globale'

I profughi che fuggono ai conflitti e alle dittature sono un''arma nelle mani dei terroristi e della destra razzista. Ma i terroristi non arriveranno sui barconi.'

medici obiettori

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Redazione 20 febbraio 2015
I profughi che fuggono dai conflitti e dalle dittature sono diventati un’arma di guerra. Lo sono in mano ai terroristi che possono caricarli su gommoni che hanno buone probabilità di affondare e sono un’arma dei razzisti di casa nostra che li usano per fomentare il terrore degli sbarchi. Se cadiamo in questa trappola il terrorismo ha già vinto perché il suo obiettivo è proprio la destabilizzazione.
Ma c’è qualcuno che veramente pensa che i jihadisti si imbarcheranno sulle carrette del mare con tutti i rischi che questo comporta? Anche coloro che sono pronti al suicidio non sono disposti a farlo senza prima raggiungere l’obiettivo. Inoltre, finora, gli autori degli attentati in Europa sono tutti europei. Il terrorismo è già qui, tra di noi. E non sono solo gli immigrati musulmani di seconda o terza generazione a essere attratti dal jihadismo, anche quello più estremo dello Stato islamico in Iraq e nel Levante, ma anche i convertiti e tra questi ci sono giovani ragazze.

Qual è la forza di attrazione del Califfato in occidente? Il califfato, grazie a un mix tra un modello di società arcaica basata sull’imposizione violenta della sharia e l’uso spregiudicato e professionale del web, rappresenta l’estremizzazione dell’islam globale. Un islam globale che prima di essere radicalizzato dall’Isis aveva già infatuato l’Europa, compresa la sinistra no global, e così mentre il movimento antiglobalizzazione si è dissolto l’islam globale è diventato l’unica concreta anche se disumana alternativa alla globalizzazione. La Ummah, la comunità dei credenti che supera i confini nazionali e, nella versione califfato, abbatte anche le frontiere imposte dal colonialismo, trasmette una forte identità e un senso di appartenenza che la sinistra non offre più.

Non si può sconfiggere il terrorismo senza conoscere e affrontare politicamente l’ideologia che lo sostiene, tenendo presente che non tutto l’islam globale sconfina nel terrorismo globalizzato. Conoscere la forza dell’ideologia fa anche capire perché non sono solo (anzi in genere non lo sono proprio) gli emarginati delle periferie occidentali ad aderire al jihadismo, spesso sono giovani istruiti, con un lavoro oppure impegnati in una carriera artistica (per es. rapper). Il disagio sociale nelle periferie europee esiste e si manifesta con scontri anche violenti ma non necessariamente sfocia nel jihadismo.
Del resto non tutto il jihadismo aderisce al Califfato, molti combattenti sono arruolati in numerosissimi altri gruppi, altrettanto violenti, come il Fronte al Nusra che combatte in Siria. Questo fronte si pone come obiettivo la costruzione di uno stato islamico in Siria e questa è la differenza tra il rappresentante ufficiale di al Qaeda e il califfato. La differenza tra chi ritiene che sia possibile costruire uno stato islamico in un paese solo e chi invece va oltre i confini. Non a caso alcuni militanti trotskisti musulmani sono anche sostenitori dell’islam globale.

Queste due tendenze hanno avuto brevi periodi di alleanza, non a caso anche l’Isis (Stato islamico in Iraq e nel Levante) proviene da al Qaeda (irachena), e altri di scontri, come è avvenuto in Siria. Tuttavia, nel febbraio del 2014, l’espulsione dell’Isis da al Qaeda è stata decretata ufficialmente da Ayman al Zawahiri, il successore di bin Laden.

Dietro questa «guerra santa», all’interno del mondo islamico, è in corso uno scontro epocale tra chi vuole la separazione tra stato e religione e chi invece la rifiuta: il processo di secolarizzazione – secondo quanto affermano alcuni religiosi musulmani – è iniziato ma ci vorrà molto tempo per portarlo a termine e passerà attraverso un bagno di sangue. C’è chi sostiene che questo terrorismo non appartiene all’islam, ma questo non è vero perché fa riferimento a una categoria dell’islam che è il Jihad, anche se occorre distinguere i jihadisti dalle diverse pratiche islamiche. Come occorre non dimenticare gli insegnamenti scientifici, letterari, filosofici che la storia dell’islam ha trasmesso al mondo occidentale e cristiano che invece l’ha combattuto con le Crociate.
Non solo. È in corso una lotta per la supremazia nel mondo sunnita, soprattutto tra Arabia saudita e Qatar, prima alleate in Siria e ora su fronti opposti in Egitto e in Libia. Il Qatar che appoggia i Fratelli musulmani nel nord Africa – Egitto compreso – ha esteso il proprio sostegno al Califfato, soprattutto in Libia, senza per questo rompere i rapporti con gli Usa. L’avanzamento del Califfato in nord Africa non vuol dire che vengano spostate forze dalla Siria o dall’Iraq, ma semplicemente che gruppi prima appartenenti alla galassia di al Qaeda si schierano con l’Isis e dichiarano il territorio da loro controllato come parte del Califfato.

Il Califfato potrebbe dividere il jihadismo sunnita, dove per ora sembra avere la meglio il califfo al Baghdadi, ma lo scontro maggiore nel mondo islamico si gioca per l’egemonia politico-economica-religiosa tra i sunniti e gli sciiti. Il punto nevralgico di questo scontro è la Siria, che se finisse in mano a un governo sunnita interromperebbe l’asse sciita che va dall’Iran degli ayatollah fino a Hezbollah in Libano passando per il governo religioso sciita di Baghdad e quello di Assad, che appartiene a una setta sciita, gli alauiti. Si tratta di uno contro all’ultimo sangue contro il fronte sunnita guidato dall’Arabia saudita che, a sua volta, sta usando tutti i mezzi contro il nemico, compreso l’abbassamento del prezzo del petrolio – con la sovrapproduzione – per penalizzare proprio l’Iran.

Tuttavia la lotta all’Isis ha creato contraddizioni non solo all’interno del mondo sunnita ma anche sulla scena internazionale. Che l’Isis sia stato sostenuto con armi e finanziamenti da tutte le forze anti-Assad (Arabia saudita, Qatar, Turchia e paesi occidentali, Stati uniti in testa) è noto, ma ora che sfida il mondo basandosi su un «califfato» che con una struttura para-statale (avendo inglobato anche uomini esperti provenienti dall’esercito e dal regime di Saddam) riesce ad arricchirsi persino con la vendita del petrolio, le alleanze sono messe in discussione. Gli apprendisti stregoni minacciano l’occidente, anche se le principali vittime sono i paesi musulmani e le loro popolazioni. L’occidente reagisce bombardando le presunte basi dei jihadisti ma colpisce anche quelle del Fronte al Nusra che insieme all’Esercito libero siriano (Els, il primo referente Usa in Siria) aveva accusato Assad di usare le armi chimiche proprio per provocare l’intervento occidentale. Non solo, gli Usa per poter bombardare la Siria hanno dovuto accordarsi – anche se non ufficialmente – con Assad e accettare che contro l’Isis intervenga anche l’Iran, finora sulla lista nera di Washington. Quali saranno gli effetti di questi capovolgimenti è ancora da vedere.