La Tunisia vince la paura e sconfigge gli islamisti

I tunisini non hanno aspettato i risultati definitivi per festeggiare la vittoria dei laici. Ennahdha secondo partito. Ma Nida Tounes non ha la maggioranza per formare il governo.

globalist syndication

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Redazione 28 ottobre 2014
I tunisini non hanno aspettato i risultati definitivi per festeggiare il pericolo scampato di veder confermato il partito islamista Ennahdha nelle elezioni di domenica scorsa. In attesa dei risultati ufficiali, i dati dei primi sondaggi che davano in testa Nida Tounes seguito dagli islamisti, sono fino al momento in cui scriviamo confermati anche dalla rete degli osservatori Mourakiboum: Nida Tounes 37,1% ed Ennahdha 27,9. Gli altri partiti registrano percentuali a una sola cifra: Unione patriottica libera 4,4% e Fronte popolare 3,7, per citare solo i primi.


I risultati dei sondaggi hanno fatto scendere in piazza non solo i sostenitori di Nida Tounes (partito laico di centro, costituito nel 2012) ma tutti i democratici che avevano vissuto questo turno elettorale con grande trepidazione per la paura di una vittoria islamista. In piazza a urlare gli slogan contro Ennahdha c’erano anche coloro che hanno votato Nida Tounes «con la testa mentre il cuore batte da un’altra parte». E tutti quelli che hanno votato per altri partiti laici che senza Nida Tounes non sarebbero riusciti a battere Ennahdha.


La partecipazione al primo voto legislativo libero (nel 2011 si era votato per la costituente) non è stata comunque massiccia: ha votato il 61,8% degli iscritti alle liste (3,1 milioni) su 5,3 milioni di aventi diritto. Nel 2011 avevano votato 4,3 milioni. Segno del disincanto e della delusione per il processo di transizione.


Questo risultato, se confermato, potrà ridare una spinta alle forze rivoluzionarie, anche se tra le accuse rivolte a Nida Tounes dai suoi oppositori vi è quella di essere legato al vecchio potere. I sostenitori di Ben Ali non si danno per vinti e hanno presentato numerose liste di «indipendenti» alle elezioni, non si sa ancora se avranno qualche eletto. Il leader di Nida Tounes, l’ottantasettenne Beji Caid Essebsi è più legato al periodo di Bourghiba, di cui è stato ministro degli Esteri, che del suo successore. È stato anche primo ministro dal febbraio al dicembre 2011, dopo la caduta di Ben Ali.


Per i «vincitori» il risultato sembra ormai assodato, mentre il leader islamista Rachid Ghannouchi mantiene un profilo basso, anzi avanza denunce di brogli insieme al presidente uscente Moncef Marzouki, il cui partito, il Congresso per la repubblica (Cpr) avrebbe ottenuto circa il 2%. Nella sua caduta Ennahdha ha trascinato con sé i due partiti che avevano fatto parte della troika di governo, il Cpr ed Ettakatol (sotto l’1%).


L’affluenza alle urne è stata molto più bassa all’estero con una media del 29%, il 14 in Italia, record negativo. Ed è proprio all’estero che si sono registrate maggiori proteste e denunce per violazioni della legge elettorale. In Tunisia, anche se non sono mancate denunce, lo scrutinio è stato avallato dagli osservatori.


Appena chiusi i seggi, man mano che affluivano i sondaggi, un’amica mi annunciava di aver messo una bottiglia di champagne nel freezer. Tuttavia, per scaramanzia, era meglio aspettare. Ma Nora, femminista, non riusciva a fre-nare il suo entusiasmo: «Il merito del risultato è da attribuire alla maturità dei tunisini e delle tunisine. Ancora una volta questo piccolo paese sorprende e sorprenderà ancora…».


Chi avrebbe voluto trasformare la Tunisia nel nuovo laboratorio della «demo-crazia islamica» poiché il modello turco sta traballando sarà rimasto deluso, ma ha fatto buon viso a cattivo gioco. Messaggi di congratulazioni arrivano da tutto il mondo. La Tunisia che ha dato il via alle rivoluzioni nei paesi arabi nel 2011 dimostra ancora una volta di saper indicare una via rivoluzionaria percorribile. Naturalmente gli ostacoli non mancano. Il governo islamista e quello tecnico che ne è seguito non hanno risolto i problemi che attanagliano il paese e che spingono ancora i giovani a imbarcarsi per Lampedusa (è successo anche domenica).


A penalizzare Ennahdha è stato anche il fatto di non aver saputo o voluto contrastare il terrorismo, oltre ai jihadisti che sono partiti per la Siria vi sono gruppi combattenti sulle montagne di Chaambi al confine con l’Algeria. L’assassinio, lo scorso anno, di politici come Lofti Naguedh, dirigente di Nida Tounes nel sud della Tunisia, di Chokri Belaid, leader del Fronte popolare e di Mohamed Brahmi deputato alla costituente, aveva allarmato il paese e mobilitato l’opposizione fino a far cadere il governo di Ennahdha. Gli attacchi terroristici nel paese continuano tanto da indurre Tunisia e Algeria a concordare un’azione comune alla frontiera. Preoccupante per la Tunisia è anche il confine libico, reso incandescente dalla situazione che regna nella Libia del dopo Gheddafi.


Che cosa succederà in Tunisia dopo le elezioni? Nulla è scontato, anche se i risultati indicati dovessero confermarsi. Con circa 80 seggi su 217 Nida Tounes non potrà certo formare un governo, che secondo le dichiarazioni dei dirigenti del partito dovrebbe essere affidato a una personalità esterna, e dovrà trovare delle alleanze. Quali? La sinistra del Fronte popolare non basta. Il partito che si piazza al terzo posto, l’Unione patriottica libera, è guidato dal discusso uomo d’affari Slim Rihai, arricchitosi in Libia, che non ha risparmiato soldi nella campagna e che si candida alle presidenziali del 23 novembre. Non è certo un’alleanza raccomandabile. A meno che Essebsi non accetti la proposta di Ennahdha – che ha riconosciuto la vittoria di Nida Tounes – di formare un governo di unità nazionale, anche se lo aveva escluso in campagna elettorale.


L’entusiasmo del risultato elettorale potrebbe spegnersi di fronte alle difficoltà o alle scelte che farà il vincitore. Una cosa tuttavia è certa: i tunisini hanno vinto la paura e se un governo non li soddisfa sono pronti a cambiarlo.


In questa situazione incerta è sicuramente di buon auspicio l’elezione di Karima Sioud, vedova di Mohamed Brahmi, assassinato il 23 luglio del 2013, capolista del Fronte popolare a Sidi Bouzid, dove nel dicembre del 2010 si era immolato Bouazizi dando il via alla rivoluzione. Sarà una donna questa volta a rilanciare la lotta per la giustizia sociale, la dignità e la parità di genere proprio da Sidi Bouzid?


[i]il manifesto 28 ottobre 2014
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