Tunisia, parte il dialogo, ma in salita

Le promesse di dimissioni del premier islamista sono un impegno reale o una trappola per l''opposizione?'

medici obiettori

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Redazione 29 ottobre 2013
Venerdì 25 ottobre, finalmente, il premier tunisino Ali Larayedh ha inviato al Quartetto (sindacato Ugtt, Utica – confindustria -, Lega per i diritti dell’uomo e Ordine degli avvocati) che media il dialogo tra le varie forze politiche tunisine, una lettera in cui promette le proprie dimissioni tra tre settimane. Così con tre mesi di ritardo il dialogo è partito e anche l’Assemblea nazionale costituente ha potuto riprendere i lavori. Non partecipano piccoli partiti che non hanno aderito al dialogo e il Congresso per la repubblica, il partito del presidente Moncef Marzouki, che ha perso peso a causa della defezioni di molti deputati.

Restano inevase molte delle richieste dell’opposizione di sinistra che aveva manifestato incessantemente dopo l’assassinio di Belaid Chokri e Mohamed Brahmi. Tra queste richieste vi erano: le dimissioni immediate del governo, la dissoluzione della Lega per la protezione della rivoluzione (la milizia armata di Ennahdha), lo scioglimento dell’Assemblea nazionale costituente, la nomina di un governo di tecnici, la nomina di un comitato di esperti per la redazione della costituzione, la costituzione di una nuova Istanza suprema indipendente per le elezioni, la sospensione delle nomine nelle amministrazioni di sostenitori di Ennahdha e la revisione di quelli già nominati.

Un programma ambizioso che non poteva essere realizzato immediatamente, ma in questo momento i timori sono che la palla sia passata nel campo degli islamisti.

Anche perché mentre parte il dialogo, dopo l’ultimo blocco provocato dal massacro di sette guardie nazionali in un agguato teso da un gruppo di terroristi di Ansar Charia nella regione di Sidi Bouzid, che ha visto la nascita della rivoluzione il 17 dicembre del 2010, continuano le azioni dei terroristi. Azioni armate che provocano vittime, soprattutto nelle zone di confine con l’Algeria. Quella del monte di Chaambi (dove si svolgono gli addestramenti dei miliziani) è la zona più pericolosa e preoccupa non solo la Tunisia ma anche l’Algeria. Infatti si sono riuniti recentemente esponenti del governo dei due paesi per affrontare il problema della sicurezza.

Ora dipenderà molto dai mediatori: non sarà facile far mantenere le promesse agli islamisti e ai loro alleati di governo, soprattutto al presidente Moncef Marzouki, che non sembra avere nessuna intenzione di abbandonare il potere.
Per il Fronte popolare e Nida Tounes, alleati in questa partita che dovrebbe sfociare in nuove elezioni, il percorso è pieno di ostacoli. Le forze governative e soprattutto gli islamisti temono nuove elezioni perché i sondaggi danno in testa Nida Tounes che insieme al Fronte popolare potrebbe avere la maggioranza in parlamento.

Nel frattempo tuttavia gli islamisti, pur non risolvendo nessun problema economico e sociale del paese, si sono impegnati a costruire delle strutture – soprattutto scuole coraniche – per reislamizzare il paese a partire dai bambini piccoli. Una strada seguita dai Fratelli musulmani in diversi paesi musulmani, sicuri di poter condizionare la società e di poter contare su fedeli pronti a tutto in nome di dio, anche al jihad, la guerra santa.