Tunisia, il premier islamista salvato dai terroristi

La strage di agenti presso Sidi Bouzid fa saltare le dimissioni dell''islamista Ali Larayedh. L''opposizione si ritira dal dialogo e annuncia la Kasba3, sit in davanti alla sede del governo.'

Il tribunale di Bari

Il tribunale di Bari

Redazione 25 ottobre 2013
Il premier tunisino Ali Larayedh è stato salvato dai terroristi? Quella di mercoledì non sembra essere una semplice coincidenza, secondo il quotidiano online tunisino Kapitalis. Proprio mentre i giornalisti, al termine di un Consiglio dei ministri, attendevano l''annuncio delle dimissioni del governo, condizione per permettere l''avvio del dialogo nazionale, un gruppo di terroristi tendeva un''imboscata a una pattuglia della guardia nazionale, nel villaggio di Ounaissia, a Sidi Ali Ben Aoum, nel governatorato di Sidi Bouzid. Sette le guardie uccise e quattro ferite.

Il presidente Marzouki ha dichiarato un lutto nazionale di tre giorni, ma per il quotidiano online Tunisienumerique ci vorrebbe un secolo di lutto, dopo i danni provocati da questo governo. E mentre c''era chi piangeva i morti, militanti e dirigenti di Ennahdha ieri sera festeggiavano in Avenue Burghiba.
Il luogo scelto per l''imboscata, la regione che ha dato il via alla rivoluzione il 17 dicembre del 2010, non può essere casuale. Nemmeno la data: il secondo anniversario delle prime elezioni libere, ma soprattutto il giorno che doveva segnare l''inizio del dialogo nazionale. Un "dialogo" promosso e mediato da un quartetto che comprende il sindacato Ugtt - principale protagonista -, Utica (una sorte di Confindustria), l''Ordine degli avvocati e Lega per i diritti dell''uomo e che, dopo molti rinvii, avrebbe dovuto tenere la prima riunione proprio mercoledì pomeriggio. Dando così inizio a un processo per la costituzione della Commissione per le elezioni, il varo di una nuova legge elettorale e l''indizione di un nuovo voto.

Entro un mese doveva essere varata anche la nuova costituzione. La costituente, in due anni di lavori non è arrivata a nessuna conclusione a causa delle contrapposizioni tra islamisti e laici, ma anche per la scarsa preparazione di alcuni deputati. 60 costituenti si erano sospesi dopo l''assassinio di due leader della sinistra, Chokri Belaid e poi Mohamed Brahmi, anche lui deputato.
La condizione per l''avvio del dialogo erano le dimissioni del governo, guidato dagli islamisti di Ennahdha, e la costituzione di uno nuovo formato da tecnici. Richiesta sostenuta con numerose e partecipate manifestazioni e sit in che si sono tenuti davanti al Bardo, il palazzo che ospita la costituente, negli ultimi mesi. Alla fine, vista la disastrosa situazione in cui versa il paese e l''incapacità a farvi fronte, nonostante l''appoggio di Usa, Turchia e Qatar, il premier Ali Larayedh aveva comunque accettato, o promesso, di dimettersi. Ma la direzione del partito non era d''accordo e da allora si erano registrati continui rinvii, fino a mercoledì.

La giornata di mercoledì era iniziata con una manifestazione della Lega per la protezione della rivoluzione, i "pasdaran" di Ennahdha, che vengono ricevuti al palazzo di Cartagine nonostante le accuse di assalti al sindacato, di violenze e persino di omicidi di uomini politici. Dopo la manifestazione a favore del governo era stata la volta dell''opposizione del Fronte di salute nazionale e dei tamarod che chiedono invece le sue dimissioni e che dopo quanto avvenuto a Sidi Bouzid, dove ieri si è tenuto uno sciopero generale, hanno deciso di lanciare la Kasba 3 (le Kasba segnano le varie fasi della rivoluzione) con un sit in permanente davanti al palazzo del governo. Il Fronte popolare ha sospeso la propria partecipazione al dialogo finché il governo non si dimetterà.
Se Ennahdha ha la sua milizia privata per il lavoro sporco, il presidente Marzouki accredita, ricevendolo nel suo palazzo come gran mufti, lo sceicco Hamda Saied, definito «un saggio». Ma quando smette l''abito bianco tradizionale per gli incontri ufficiali e si presenta in tv, dove sono ormai ospiti abituali gli esponenti di Ansar Charia, ritenuti legati alla rete di al Qaeda e accusati del massacro di mercoledì, il gran Mufti assume lo stesso linguaggio dei terroristi.

La strada non violenta scelta dall''opposizione tunisina per liberarsi del governo islamista sembrava poter evitare sia la deriva militare dell''Egitto che quella del terrorismo islamico (che in passato aveva arruolato tra le proprie fila anche i fondatori di Ennahdha), ma ormai da tempo gruppi di terroristi si addestrano sulle montagne e hanno già compiuto attacchi contro le guardie di frontiera (proprio come avvenuto in Algeria nel 1989). Senza contare l''effetto Libia o quello ancor più dirompente che potrebbe avere un rientro dei jihadisti tunisini che stanno combattendo in Siria.



[i]il manifesto 25 ottobre 2013[/i]
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