Al centro dello scontro invisibile tra Arabia saudita e Qatar

Gli attentati nel Corno d'Africa sono una vendetta contro Mogadiscio per aver affermato la propria neutralità nello scontro.

Mogadiscio dopo l'attentato del 14 ottobre

Mogadiscio dopo l'attentato del 14 ottobre

Giuliana Sgrena 25 ottobre 2017




Ho un appuntamento telefonico con Mogadiscio per il primo pomeriggio, devo sentire un’amica somala. «Chiamami quando torno dal lavoro, così possiamo parlare», mi aveva detto. Ma lei tarda: «Non potevo uscire per un allarme bomba, si diceva ci fossero due autobombe pronte a esplodere». Ma poi sono esplose? «Solo una, alla periferia di Mogadiscio, 10 morti. Non fa nemmeno notizia. Ogni giorno ci sono attentati».


Dopo l’attentato più disastroso della martoriata storia somala, quello del 14 ottobre che ha fatto 358 morti, 228 feriti e 56 dispersi, secondo i dati ufficiali, «non c’è più vita in città, ci sono molti posti di blocco che rendono la situazione ancora più pericolosa, perché se si bloccano molte macchine si crea una condizione più favorevole agli attentati: gli attentatori vogliono sempre più vittime. Per le vittime del 14 ottobre si è fatto un funerale di massa perché era impossibile distinguere di chi fossero le membra dei corpi dilaniati dalla duplice esplosione. E ancora si cercano i dispersi», racconta.


Come reagisce la popolazione? «Purtroppo per ora la popolazione è paralizzata dalla paura: non può parlare perché teme ritorsioni. Se denunci il tuo vicino, la sera quando sei solo possono venire ad ucciderti. Ci sono molte complicità: le macchine per gli attentati arrivano da lontano, come fanno a passare ai posti di blocco?».


Trent’anni di guerra devono avere ridotto la popolazione allo stremo. «Eppure la situazione è migliorata – mi assicura – L’attentato del 14 è avvenuto dove c’era la sede della Croce rossa, un hotel e tanti negozietti. Dopo l’attentato sembrava ci fosse stato un terremoto, ma in pochi giorni la gente ha cominciato a ricostruire il proprio negozio, il business è ricominciato. Finché gli attentati erano contro il regime c’era più indifferenza, invece ora che sono i civili a morire c’è maggiore reazione, unità e sostegno a favore del governo. Questo potrebbe isolare gli Shabab, che peraltro non hanno rivendicato questo attentato. È stata fatta anche una manifestazione contro gli attentati. Ma il governo è debole, mentre i gruppi che lo combattono hanno l’appoggio dell’Arabia saudita e degli Emirati».


Qual è l’obiettivo di Arabia saudita e Emirati? «Dividere la Somalia, infatti forniscono molti aiuti al Somaliland e al Puntland per indebolire il governo federale e accaparrarsi le risorse del paese».


Questa è la vendetta dell’Arabia saudita per non essere riuscita a far entrare la Somalia nell’alleanza anti-Qatar (le linee aeree qatariote utilizzano lo spazio aereo somalo).


Il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed ha rifiutato gli 80 milioni di dollari offerti dai sauditi e affermato la «neutralità» della Somalia invitando, senza successo, i paesi coinvolti nello scontro a risolvere le divergenze con il dialogo.


Nel 2016 invece la Somalia, che aveva sostenuto l’Arabia saudita nella guerra contro gli houthi in Yemen, aveva ottenuto da Riyadh 50 milioni di dollari. Peraltro l’Arabia saudita resta il primo partner commerciale della Somalia.


Anche gli Emirati che avevano prima una base sulla spiaggia di Mogadiscio, ma erano invisi alla popolazione, ora hanno optato per i porti di Berbera (Somaliland) e Bosaso (Puntland).


Ad approfittare della situazione è stata la Turchia (che si è schierata con il Qatar) che ha appena aperto, il 30 settembre, la più grande base militare turca oltremare, la cui costruzione era iniziata nel 2015 con un costo di 50 milioni di dollari. Nella base, che comprende tre scuole militari, distribuite su 400 ettari, potranno essere addestrati 10mila soldati somali.


I legami del Corno d’Africa con la Turchia risalgono ai tempi dell’impero ottomano ma sono ripresi solo negli ultimi anni con l’invio di aiuti e due visite di Erdogan a Mogadiscio. A partire dal 2010 la Turchia ha costruito scuole e ospedali e nel frattempo, non a caso, è passata dal 20° posto al quinto tra i paesi che esportano in Somalia.


La presenza così massiccia della Turchia danneggia altri paesi che avevano rapporti privilegiati con Mogadiscio e per questo c’è chi sostiene che il vero obiettivo dell’attentato del 14 ottobre avrebbe dovuto essere la base militare turca.


Tra l’altro l’attentato è avvenuto tre giorni dopo l’incontro a Mogadiscio tra esponenti del Comando delle forze Usa in Africa (Africom) e il presidente somalo. Dopo l’incontro si sono dimessi il ministro della difesa e il capo delle forze armate, un gesto clamoroso che sarebbe dovuto a una rivalità tra i due.


Mentre gli americani – che hanno presidi militari non dichiarati anche in Somalia, uno pare a Balid Dogle – continuano a bombardare gli Shabab, gli attentati continuano.


La speranza di ristabilire la pace dopo la nomina del nuovo presidente sembra ancora lontana visto che la Somalia si trova ora al centro dello scontro tra Qatar e Arabia saudita.